Matteo, ma che stai a di’?

Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, intervistato oggi da Repubblica:

Per i referendum c´è stata la mobilitazione del popolo arancione, quella delle parrocchie, quella del mondo di Facebook. Senza Facebook non avremmo raggiunto il quorum. Nel Pd non trovo traccia di dibattito politico su queste esperienze».
E´ anche vero che la Cgil ha portato mezzo milione di firme.
«Per quanto riguarda il Pd però non raccontiamoci barzellette. All´inizio questi referendum non sono stati visti di buon occhio. 12 assenze, 10 Pd e 2 Idv, hanno pesato sulla bocciatura dell´Election day. E´ facile riscrivere la storia col senno di poi».

Renzi osserva che il Pd non vedeva «di buon occhio» i referendum, quindi non deve «raccontarsi barzellette» sul successo ma piuttosto fare attenzione alla mobilitazione di «popolo arancione», «parrocchie» e «facebook». E’ singolare che a farlo notare sia proprio il sindaco di Firenze, che sui referundum aveva una posizione ben precisa (vedi il numero di Vita della scorsa settimana):

Personalmente andrò a votare. Voterò tre sì e un no. (…) Dico no al quesito sulla remunerazione dell’investimento. Il ragionamento è complesso e sarebbe bello approfondirlo. Non ne ho qui il tempo e lo spazio. In sintesi: se salta questa norma – discutibile quanto si vuole – saltano gli investimenti contro gli sprechi e per la depurazione. E le casse pubbliche italiane non paiono in condizioni di assicurare gli interventi necessari senza ricorrere al privato.

Sarebbe logico che dopo il voto Renzi riconoscesse di aver sbagliato, almeno per un quarto.  Il secondo quesito sull’acqua è stato quello col risultato più schiacciante: il 96,3% si è espresso a favore dell’abrogazione. Il Pd sarà pure arrivato tardi, ma almeno, la posizione ufficiale era per i quattro sì. A Firenze glielo hanno fatto notare piuttosto bruscamente i comitati dell’Idv per l’acqua pubblica: «Hai perso», hanno scritto sui volantini.
Comunque si potrebbe essere d’accordo con quanto scrive Panebianco oggi:

Il Pd di Bersani, sposando il doppio «sì» sulla questione dell’acqua, ha fatto il suo bravo salto della quaglia. Ma in politica contano i risultati: l’opportunismo di chi vince è oscurato dalla vittoria, quello di chi perde è messo in risalto dalla sconfitta.

Oppure no, e chi perde – per un quarto – può far finta di niente, essere soddisfatto del risultato, dare consigli a Casini e Bersani e dire che «è facile riscrivere la storia col senno di poi».


Non è un insieme casuale di persone

Giorgio Gaber, La canzone dell’appartenenza. Giuliano Pisapia ha festeggiato la sua elezione con questa canzone. «Sembra scritta per noi oggi», ha detto ieri in piazza Duomo.


Letizia non ha abolito l’ecopass, me lo ha detto via twitter

I manifesti che si trovano in giro per Milano sono questi:

Un caso palese di «pubblicità ingannevole», come ha già detto oggi Luca Sofri.


Ecco dov’era finito Ghedini


Sui miracoli. 300 anni di Hume, e non sentirli

La morte di Bin Laden è il primo miracolo di Giovanni Paolo II dopo la sua beatificazione.

Lo ha detto il presidente del Perù Alan Garcia. Lo aveva preceduto di qualche ora la deputata del Pdl Michaela Biancofiore:

L’eliminazione da parte delle forze Usa dello sceicco del terrore Bin Laden all’indomani della beatificazione di Giovanni Paolo II può essere letta come un nuovo enorme miracolo per il mondo regalato dal Papa più amato che tanto tuonò contro la rete del terrore in particolare ammonendola con le parole «il male è accompagnato sempre dal bene», volendo con ciò affermare che dietro il male spuntano sempre il bene e la giustizia universale, come dimostrato in queste ore.

La presenza dei miracoli tra le notizie di tutti i giorni non è certo sorprendente. In questi giorni bastava scorrere qualche titolo di agenzia per rendersene conto. Pescando a caso dagli ultimi tre giorni: «Wojtyla: Card. Saraiva: forse proprio domani da lui miracolo», «Suor Marie: la mia guarigione è stata un miracolo», «Wojtyla: Rachel miracolo profano, trans in piazza», «Napoli: si è ripetuto con un giorno di ritardo il miracolo di San Gennaro».

Ma è normale parlare di miracoli così come si parla di nubifragi o di ingorghi in autostrada? Sono eventi come tutti gli altri su cui tutti non possiamo che essere d’accordo? Per una risposta si potrebbe consultare un esperto del settore, autore di uno dei saggi più citati sull’argomento: David Hume, di cui in questi giorni si celebra il trecentesimo compleanno. Il filosofo scozzese è nato il 7 maggio 1711 a Edimburgo. Tra matrimoni, primimaggi e beatificazioni questa ricorrenza ce la stavamo per perdere.

Il suo Sui miracoli, sezione decima delle Ricerche sull’intelletto umano, presenta uno degli argomenti più noti in questo campo. Gli si potrebbe dare almeno una rapida lettura. Innanzitutto si dà una definizione precisa di miracolo:

Una violazione di una legge di natura per un particolare atto di volontà della Divinità, o per interposizione di qualche agente invisibile.

Per Hume una legge di natura è una cosa tipo «Tutti gli uomini sono mortali», richiede una regolarità uniforme di eventi e la scopriamo sulla base dell’esperienza. Dunque, se uno muore e poi resuscita, siamo di fronte a una violazione di una legge di natura e trattasi di miracolo. Se uno scoppia di salute e poi muore, trattasi di cose che capitano. Se un malato guarisce, anche. Se un uomo sugli sci si stacca da terra e si grida al miracolo, trattasi di mirabile vignetta di Makkox.

A questo punto Hume si chiede: come è possibile credere ai miracoli? Se lo facciamo dobbiamo servirci inevitabilmente della testimonianza di qualcuno, per farlo dobbiamo bilanciare la credibilità del testimone e la credibilità della violazione di una legge di natura. In altre parole:

Quando uno mi dice che ha visto un uomo morto restituito alla vita, io considero immediatamente in me stesso quale delle due cose sia più probabile, che questa persona inganni o sia ingannata, oppure che il fatto che essa riferisce sia realmente accaduto. Io peso l’un miracolo contro l’altro.

Ovvero: è più probabile che l’uccisione di Bin Laden sia un miracolo del beato Giovanni Paolo II o che Michaela Biancofiore stia dicendo una fesseria? Ciascuno giudichi. Da queste considerazioni Hume trae la sua «massima generale»

Non c’è testimonianza sufficiente a stabilire un miracolo, a meno che la testimonianza sia di tal genere che la sua falsità sarebbe più miracolosa del fatto stesso che essa si sforza di stabilire.

E fin qui Hume è stato pure «troppo liberale», come dice lui. Infatti ha dato per buona la possibilità che una qualche testimonianza possa rendere credibile un miracolo. Aggiunge quindi quattro considerazioni sulle circostanze e le condizioni in cui di solito si crede ai miracoli che dovrebbero spingerci ad essere estremamente cauti.

«In primo luogo», un miracolo non è mai stato affermato da «un numero sufficiente di uomini, di tale indiscutibile buonsenso, educazione e cultura» da garantirci la verità delle loro affermazioni. Secondo, l’uomo ha una «naturale passione per il sorprendente e il meraviglioso». I miracoli tendono a diffondersi proprio in ragione di questa tendenza, che si manifesta però anche negli «avvenimenti più comuni»

Per esempio: non c’è genere di notizie che sorga così facilmente e che si diffonde così rapidamente specialmente in località di campagna ed in città di provincia di quelle che si riferiscono ai matrimoni (…) il piacere di raccontare una notizia così interessante, di propagarle e di essere il primo a riferirla, diffonde la notizia stessa.

Potremmo solo aggiungere #RoyalWedding. Solo per dire che i miracoli si diffondono perché provano piacere nel raccontarli e farseli raccontare. Come mostra ilsensazionalismo diffuso tra i media.  In terzo luogo, di miracoli si parla «principalmente tra popolazioni ignoranti e barbare», dove

L’avidum genus auricularum, la plebaglia stupida accoglie avidamente, senza esame, tutto quello che lusinga la percezione e eccita la meraviglia.

Quarto: ogni religione ha raccontato i suoi miracoli, il risultato è che queste testimonianze si elidono tra loro, «si distruggono da sé stesse».

A Edinburgo i festeggiamenti per il trecentenario di Hume sono incominciati il 26 aprile (per una storia di calendari Old style riformati). Forse festeggiare anche da noi sarebbe eccessivo, ma almeno una rilettura ogni tanto la si potrebbe fare.
L’ambizioso obiettivo dell’autore di On miracles era «ridurre al silenzio il bigottismo e la superstizione più arroganti e liberarci dalle loro impertinenti sollecitazioni», attraverso il suo argomento, che sarebbe stato

per i dotti e i saggi, un freno duraturo a tutti i generi di inganno derivanti dalla superstizione e, per conseguenza, sarà utile finchè durerà il mondo. Per altrettanto tempo, si troveranno in ogni storia, sacra e profana, le esposizioni di miracoli e prodigi.

(articolo uscito su Il manifesto di oggi con il titolo «La lezione di Hume in fatto di miracoli, vecchia di tre secoli e tanto più valida» – online anche su Micromega)


Dicastero

Assessore nella giunta della Moratti? No, ho già preso un impegno coi lombardi. Pero’ eventualmente mi interesserebbe seguire il dicastero delle politiche giovanili: di queste cose non se ne può occupare un cinquantenne.

Renzo Bossi, dal suo blog


On miracles

L’eliminazione da parte delle forze Usa dello sceicco del terrore Bin Laden all’indomani della beatificazione di Giovanni Paolo II può essere letta come un nuovo enorme miracolo per il mondo regalato dal Papa più amato che tanto tuonò contro la rete del terrore in particolare ammonendola con le parole «il male è accompagnato sempre dal bene», volendo con ciò affermare che dietro il male spuntano sempre il bene e la giustizia universale, come dimostrato in queste ore.

Michaela Biancofiore del Pdl. (ANSA)


Contrordine

Dopo Nichi Vendola anche Romano Prodi «incorona» Rosi Bindi alla guida di una grande, grandissima, alleanza.
L’indicazione di un candidato premier arriva da due dei sostenitori più accesi delle primarie. Vogliamo ricordarli così:

Si criticano finche’ si vuole le primarie, pero’ quando viene data la possibilita’ alla gente di esprimersi, e’ un grande segno di civilta’ democratica esprimersi. Perche’ dopo si possono rimpiangere questi momenti di democrazia anche se imperfetta. Non vorrei che poi un giorno venissero a mancare.

Romano Prodi, 14 gennaio 2011

Le primarie sono come il bambino che si porta all’orecchio la conchiglia per ascoltare il rumore del mare: sono il rumore della vita.

Nichi Vendola, «La sfida di Nichi», Manifestolibri, pagina 1, riga 1

Immagine: Quink


Sexy Kant Ep. II

Ferrara insiste su Kant nel suo odierno editoriale:

Il grande filosofo e illuminista tedesco Immanuel Kant, che il professor Eco studia da sgobbone la sera fino a tardi, senza capirlo, ha scritto nelle sue Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, delizioso titolo alla Lina Wertmüller, che il supremo reggitore deve essere giusto, ma è anche un uomo, e che lì sta il problema, visto che dal legno storto dell’umanità non si ricaverà mai qualcosa di interamente diritto.

E allora insistiamo su Kant.

L’editoriale di oggi non aggiunge nulla alle argomentazioni dei giorni scorsi; ripete il giudizio negativo su Eco e reitera l’uso improprio del legno storto su cui abbiamo già detto. A questo punto per Ferrara forse può essere utile un’altra lettura kantiana.

Prendiamo le Lezioni sull’etica, tenute all’Università di Königsberg tra il 1775 e il 1781. Se proprio vogliamo parlare della cronaca di questi giorni, si possono prendere le due lezioni che si occupano «Dei doveri verso il corpo in relazione agli impulsi sessuali» e «Dei crimina carnis» (da pagina 186 a 196 dell’edizione italiana).
Qui Kant sostiene che se un uomo «ama sollecitato semplicemente da un impulso sessuale» rende «la persona altrui l’oggetto di un proprio appetito; possedutala e placato l’istinto essi la scacceranno, come si getta un limone dopo averne tratto il sugo».  E questo «corrisponde a una degradazione dell’uomo».
Ferrara ha giustamente definito Kant «un moralista rigoroso». Ecco cosa dice Kant in proposito proprio a questo punto:

E’ questo il motivo per cui ci si vergogna di provare tale inclinazione [all'impulso sessuale] e per cui tutti i moralisti rigorosi e quanti si sentono votati alla santità hanno cercato di reprimerla e di sbarazzarsene.

Una visione che sembra distante dai «divertimenti» e dalla «voglia di piacere e di vivere» di Berlusconi di cui parla Ferrara oggi sul Foglio.

Subito dopo Kant affronta il problema della prostituzione, dicendo che in quel rapporto l’uomo e la donna, cioè chi compra e chi vende il corpo, «disonora ciascuno l’umanità dell’altro», è «il massimo della vergogna», «questo modo di procurare soddisfazione all’impulso sessuale non è consentito dalla moralità». Ma questo tema non ha nulla a che vedere con le vicende di questi giorni; noi tutti infatti crediamo che le donne del presidente fossero libere e consenzienti e gli eventuali scambi sessuali intercorsi avvenissero a gratis.

Però, a questo punto il professor Kant si chiede «è forse consentito soddisfare le proprie inclinazioni in un secondo modo, cioè mediante il concubinato?». Dove per «concubinato» si intende «quella condizione per cui una persona si concede a un’altra a fini esclusivi di soddisfazioni sessuali, riservandosi però in tutti gli altri aspetti della vita personale una sfera di libertà e di diritti». Quindi, niente escort, ma molte donne che la danno a un uomo perchè gli va. Per quel moralista di Kant la diseguaglianza contenuta in questo tipo di rapporto lo rende molto problematico. Infatti,  se le donne si «danno» completamente all’uomo; non così l’uomo, che si concede solo per una sua parte: «gli organa sexualia». E poiché per Kant corpo e anima sono inseparabili e insieme costituiscono la persona, nel «dare» il corpo, la donna dà tutta se stessa, concedendo all’uomo di possederla; l’uomo invece non si dà, se non per una sua parte, e non concede alla donna di possederlo. Così facendo la concubina non è più una persona, ma una «cosa», dice Kant. Conclusione: si tratta «Senza dubbio di un contratto, ma un contratto ineguale». Alla fine su come vada vissuta rettamente la sessualità Kant non ha dubbi: «il matrimonio costituisce l’unica condizione per dar corso ai propri impulsi sessuali».

Se vogliamo parlare di Kant e di figa, questo è quello che Kant insegnava in merito ai suoi studenti. A Ferrara potrà sembrare roba da «neopuritani», da «minoranza eticizzante», ma la morale di Kant è questa, e non il «Non aprite quella porta».

Anche l’editoriale della domenica di Eugenio Scalfari parte dal «legno storto», difende Eco e cita Berlin. Per concludere così:

Detto questo, a noi non importano molto i peccati perché siamo libertini illuministi e relativisti. A noi importano gli eventuali reati e chi pecca e crede confidi nella misericordia di Dio.

Come si è visto Kant non sarebbe stato d’accordo nel definirsi libertino e relativista (e neanche Berlin, che dedica proprio uno dei saggi del Legno storto dell’umanità al «Presunto relativismo nel pensiero europeo del settecento», proprio con l’obiettivo di smontare l’idée reçue di un illuminismo relativista. Tanto da scrivere: «Non conosco nessun serio tentativo di proporre una concezione relativistica compiuto da un qualunque pensatore influente del Settecento» p. 121).

Tornando a Ferrara, il suo ossessivo ripetere lo slogan del legno storto fa somigliare Kant al suo animale da compagnia: il pappagallo creato da Thomas Bernhard nella pièce che porta il nome dell’autore della Critica della Ragion pura. Nel testo di Bernhard l’uccello in gabbia ripete per tutto il tempo in maniera grottesca frasi dall’opera di Kant, e al vecchio filosofo girano le palle.

[A parte] Titoli di coda.

A proposito del glorioso volume Utet brandito da Ferrara al Teatro Dal Verme, si potrebbero scorrere i nomi dei curatori della storica edizione degli scritti politici kantiani.

La traduzione di molti saggi è di Gioele Solari, che nell’introduzione scrive:

La dottrina giuridica kantiana è destinata a ritornare in onore ogni qual volta la libertà esterna è minacciata e sacrificata a preoccupazioni non giuridiche, e l’individuo teme di trasformarsi in uno strumento ai fini di organizzazioni, religiose, economiche, politiche.

Così, tanto per ribadire l’importanza del diritto all’interno della filosofia della storia di Kant. Tra l’altro, a questo punto l’editore, un quarto di secolo dopo, sente il bisogno di aggiungere una nota:

Non sarà inutile ricordare che il Solari scriveva – e non esitava a pubblicare – queste coraggiose parole nel 1930, mentre il fascismo opprimeva la libertà.

Solari morì nel 1952, del volume si presero cura tre suoi giovani allievi: Bobbio, Firpo e Mathieu.

Norberto Bobbio non ha bisogno di presentazioni, per conoscere la sua opinione sul Presidente del Consiglio è sufficiente leggersi i suoi articoli pubblicati su Critica Liberale raccolti nel volume Scritti sul dispotismo. Nonostante il suo rapporto coi pericolosi azionisti, continua a essere strattonato da Il Foglio.

Su Luigi Firpo invece torna alla mente una storia di 25 anni fa, riportata da Enrico Deaglio in Patria, p. 221 (raccontata la prima volta qui)

Silvio Berlusconi (…) nell’estate del 1986 concede un’intervista a Canale 5 di cui è proprietario.
Intervistatrice: «Lei è anche un grande studioso dei classici».
Il Cavaliere: «Ma no, non dica così».
Lei: «Sì, invece, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’ Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino».
Cavaliere: «Beh, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo…».
Luigi Firpo, 71 anni, studioso della storia rinascimentale, monumento di erudizione, cattedra di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, è in vacanza e sta facendo zapping. Quando l’intervistatrice legge alcune righe della prefazione di Berlusconi, l’anziano professore la riconosce immediatamente come sua, appena data alle stamper per l’ editore Guida di Napoli.
Riesce ad avere una copia edita dalla Silvio Berlusconi Communication e osserva che Berlusconi ha copiato interi brani della prefazione e della traduzione in latino. Scrive a Berlusconi intimandogli di ritirare tutte le copie. Berlusconi telefona scusandosi e accusando una segretaria disattenta.
Il vecchio professore minaccia di portarlo in tribunale. Berlusconi cerca di brandirlo, gli telefona un giorno sì e un giorno no, per sei mesi, raccontandogli barzellette. Lo invita a Canale 5 per parlare del Papa. Berlusconi è dietro le quinte con una busta di denaro, «per il suo disturbo e l’ onore che ci fa», che il professore sdegnosamente rifiuta. Berlusconi continua: per Natale gli regala una valigetta ventiquattr’ore in coccodrillo con le cifre LF in oro, un enorme mazzo di orchidee e un biglietto: «Per carità non mi rovini». Firpo mandò tutto indietro con un biglietto: «Preferisco la mia vecchia borsa sdrucita. Quanto ai fiori, per me e mia moglie, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi».

Vittorio Mathieu è l’unico ancora vivo: oggi è uno dei probiviri del Pdl.


Renne


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