Veneto, cronache dall’alluvione. L’acqua non ferma la storica stamperia d’arte: «Non vedo l’ora di ricominciare, non aspetto gli aiuti di stato»

«Non dimenticherò mai il silenzio che c’era. Quando sono rientrato nella mia bottega avevo tutte le gambe immerse nell’acqua, guardavo i mobili di mio nonno sommersi, pensavo a mettere in salvo i fogli più in alto. Tutto in questo silenzio terrificante, continuo a sentirlo». Giancarlo Busato, 38 anni, stampatore d’arte da tre generazioni, ricorda così l’alluvione che ha sommerso Vicenza. Con l’esondazione del Bacchiglione è arrivato l’incubo di vedere distrutto tutto il suo lavoro: «Ero in cima alla via, da lì vedevo due vigili del fuoco con la muta. Quando sono arrivati vicino al mio portone hanno incominciato a nuotare, in quel momento ho temuto il peggio», racconta.

La sua è una bottega nel centro storico della città, in contrà santa Lucia, l’ha fondata il nonno Ottorino 65 anni fa. «Gli strumenti sono gli stessi che utilizzava lui, torchi a stella che hanno anche tre quarti di secolo. Non abbiamo attrezzature fotografiche o digitali, facciamo tutto a mano», dice.  «L’alluvione è capitata nel momento peggiore, il periodo dell’anno in cui raccogliamo i frutti del lavoro fatto in precedenza. Quello che ci avrebbe permesso di affrontare con tranquillità i prossimi mesi».

Quella dei Busato è una delle poche stamperie d’arte italiane, a lavorarci sono in tre: «Io, mio padre e Valerio, il nostro unico dipendente, lavora da 33 anni con noi, ha incominciato quando ne aveva 15». Sulla scrivania di Ottorino hanno disegnato anche Guttuso, De Chirico, Maccari. E ancora oggi non è un lavoro che si improvvisa: «Per realizzare una consegna a Natale incominciamo a lavorare a luglio. Adesso ho perso molto di quello che avevo già fatto ed è impossibile recuperarlo. Le matrici si consumano irrimediabilmente, i fogli già stampati sono andati distrutti, intere tirature».

Giancarlo Busato al lavoro nella sua stamperia, prima dell'alluvione

Ogni tiratura conta cento fogli, stampati uno alla volta. Dopo la stampa si pulisce la matrice, si prepara il torchio, si ricomincia. «Un lavoro che si fa solo per passione. Vengo qui da quando era ragazzino, mio padre voleva che studiassi ma io facevo le versioni di latino vicino alle litografie», dice Giancarlo. Adesso sono andati distrutti molti degli ordini già in consegna. «Non li posso rifare e non ho certo un collega a cui affidare l’incarico, quelli che fanno il mio lavoro in Italia si contano sulle dita di una mano», continua. Così come non si trovano pezzi di ricambio per i suoi strumenti: «Per me sono come i pennelli per un pittore, ora stiamo pulendo a mano a mano tutti i macchinari. È l’unico metodo, non si possono ricomprare, non li vende nessuno. Bisogna smontarli pezzo per pezzo, ripulirli dal fango e poi rimontarli».

Difficile quantificare i danni, era da buttare l’80% delle stampe già portate a termine, si cerca di salvare quello che si può. «Per fortuna mi aiutano i miei amici. Subito c’è stata la solidarietà delle persone a me più vicine: ingegneri, avvocati, artisti. Dalla parrocchia qui vicino è venuto don Luca con i suoi scout».

Ora Giancarlo pensa solo a una cosa: «Ricominciare. Non vedo l’ora di tornare a lavorare, voglio di nuovo sporcarmi le mani d’inchiostro, non di terra. Voglio tornare a sentire l’odore della carta, non la puzza del fango».  Per ripartire non vede altro modo: «Ho bisogno che richiedano le mie stampe, ho fatto un appello ai nostri clienti tra le istituzioni e gli imprenditori». Attende gli aiuti di stato? «Quelli chissà quando arrivano, in quali formule. Adesso non possiamo ancora farci affidamento». Ma non si scoraggia: «Mio nonno ha fondato la stamperia nel 1946. Si era appena usciti dalla guerra, se c’è l’ha fatta lui allora a cominciare ce la posso fare io a ripartire».

(per Vita in edicola questa settimana)

 

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