L’arcigay «stalinista» a rischio scissione

«Espulsi dall’Arcigay con un metodo stalinista». La denuncia arriva da uno dei circoli più importanti della più grande associazione per la difesa dei diritti degli omosessuali in Italia. È Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay di Roma, a parlare: «Siamo stati cacciati dalla federazione nazionale con il pretesto di un cavillo; la realtà è che nell’associazione non si tollera il dissenso». Marrazzo è alla guida del circolo della capitale dal 2003; lui e un altro consigliere romano sono stati sanzionati con l’espulsione dal presidente nazionale Paolo Patanè, che così giustifica la decisione: «Hanno violato il regolamento, sono casi isolati». Eppure le conseguenze di questo strappo sembrano complicate da gestire.La linea del presidente è passata per soli tre voti a favore, non ha ricevuto l’appoggio di figure storiche dell’associazione come gli ex presidenti Sergio Lo Giudice e Aurelio Mancuso, e molti circoli in tutti Italia si sono schierati con i “dissidenti”. Al punto che qualcuno adesso parla addirittura di scissione. Insomma, per l’Arcigay questo non è proprio un periodo tranquillo.

La tensione interna è arrivata al culmine dell’ultima riunione del consiglio nazionale. I due attivisti romani sono stati accusati di aver violato le norme interne creando “Gay Help Line Due”, un’altra associazione, senza informare il presidente. Il tutto sfruttando la popolarità del numero verde Gay Help Line, il servizio di aiuto telefonico offerto dalla stessa Arcigay. La discussione si è protratta in una seduta fiume, «in un clima a metà tra Kafka e un processo del popolo», dice l’Arcigay di Bari. «L’atmosfera era da tribunale sovietico, come se Marrazzo fosse Trotskij», conferma Vincenzo Branà, consigliere del circolo di Bologna.

Chi ha partecipato racconta che più delle violazioni al regolamento, hanno pesato le divisioni politiche. Le “colpe” dell’Arcigay di Roma starebbero nell’eccessiva vicinanza alle amministrazioni di centrodestra di Alemanno e della Polverini. Una scelta che Marrazzo rivendica: «Noi collaboriamo con tutte le istituzioni, di qualsiasi colore politico». Patanè nega le accuse: «La politica non c’entra». Intanto, le voci di una possibile fuoriuscita di diversi membri dell’associazione si fanno insistenti. Qualcuno avrebbe anche già pronta la meta: Equality, ovvero la lobby sui diritti civili fondata dall’ex presidente Aurelio Mancuso. «Ha anche lo stesso statuto e la stessa struttura di Arcigay», osserva Branà. Gli interessati per ora rimangono cauti: «Spero che lo strappo si possa ricucire, in caso contrario ne trarremo le conseguenze», dice Marrazzo. Il presidente abbozza: «La fuoriuscita di qualunque dirigente non cambia niente, Arcigay appartiene ai soci e alle socie e non a singole persone». Così il pericolo scissione non sembra spaventare Patanè, che invece parla di «un’associazione in crescita», forte dei suoi 53 circoli su tutto il territorio nazionale, più di 70 circoli ricreativi e oltre 180mila iscritti. «Nell’ultimo periodo abbiamo aperto sedi in città in cui non siamo mai stati presenti nei nostri trent’anni di storia. Realtà difficili come Teramo, Chieti, Salerno, Reggio Calabria», fa notare il presidente.

Per ora si tiene lontano dai tormenti dell’associazione una delle sue figure storiche: Franco Grillini, per più di dieci anni a capo di Arcigay. Il giorno del consiglio non ha partecipato alla votazione. Un’assenza diplomatica, dice qualcuno. «Ero a casa con l’influenza», giura lui. La rottura si è consumata proprio sotto le insegne del circolo bolognese da lui fondato nel 1982. Adesso che cosa pensa nel vedere l’associazione spaccata a metà? Grillini, attualmente consigliere regionale in Emilia Romagna per l’Italia dei valori, cerca di evitare la polemica: «Ma no, non c’è una frattura così netta, dietro questa vicenda ci sono per lo più rancori personali, non c’è una reale contrapposizione politica». E se si arrivasse alla scissione? «Lo escludo categoricamente, non avrebbe senso in questo momento, siamo isolati da tutte le forze politiche, adesso è necessario rimanere uniti».

(dall’ultimo numero di Vita, anche in pdf)

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