Sexy Kant Ep. II

Ferrara insiste su Kant nel suo odierno editoriale:

Il grande filosofo e illuminista tedesco Immanuel Kant, che il professor Eco studia da sgobbone la sera fino a tardi, senza capirlo, ha scritto nelle sue Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, delizioso titolo alla Lina Wertmüller, che il supremo reggitore deve essere giusto, ma è anche un uomo, e che lì sta il problema, visto che dal legno storto dell’umanità non si ricaverà mai qualcosa di interamente diritto.

E allora insistiamo su Kant.

L’editoriale di oggi non aggiunge nulla alle argomentazioni dei giorni scorsi; ripete il giudizio negativo su Eco e reitera l’uso improprio del legno storto su cui abbiamo già detto. A questo punto per Ferrara forse può essere utile un’altra lettura kantiana.

Prendiamo le Lezioni sull’etica, tenute all’Università di Königsberg tra il 1775 e il 1781. Se proprio vogliamo parlare della cronaca di questi giorni, si possono prendere le due lezioni che si occupano «Dei doveri verso il corpo in relazione agli impulsi sessuali» e «Dei crimina carnis» (da pagina 186 a 196 dell’edizione italiana).
Qui Kant sostiene che se un uomo «ama sollecitato semplicemente da un impulso sessuale» rende «la persona altrui l’oggetto di un proprio appetito; possedutala e placato l’istinto essi la scacceranno, come si getta un limone dopo averne tratto il sugo».  E questo «corrisponde a una degradazione dell’uomo».
Ferrara ha giustamente definito Kant «un moralista rigoroso». Ecco cosa dice Kant in proposito proprio a questo punto:

E’ questo il motivo per cui ci si vergogna di provare tale inclinazione [all’impulso sessuale] e per cui tutti i moralisti rigorosi e quanti si sentono votati alla santità hanno cercato di reprimerla e di sbarazzarsene.

Una visione che sembra distante dai «divertimenti» e dalla «voglia di piacere e di vivere» di Berlusconi di cui parla Ferrara oggi sul Foglio.

Subito dopo Kant affronta il problema della prostituzione, dicendo che in quel rapporto l’uomo e la donna, cioè chi compra e chi vende il corpo, «disonora ciascuno l’umanità dell’altro», è «il massimo della vergogna», «questo modo di procurare soddisfazione all’impulso sessuale non è consentito dalla moralità». Ma questo tema non ha nulla a che vedere con le vicende di questi giorni; noi tutti infatti crediamo che le donne del presidente fossero libere e consenzienti e gli eventuali scambi sessuali intercorsi avvenissero a gratis.

Però, a questo punto il professor Kant si chiede «è forse consentito soddisfare le proprie inclinazioni in un secondo modo, cioè mediante il concubinato?». Dove per «concubinato» si intende «quella condizione per cui una persona si concede a un’altra a fini esclusivi di soddisfazioni sessuali, riservandosi però in tutti gli altri aspetti della vita personale una sfera di libertà e di diritti». Quindi, niente escort, ma molte donne che la danno a un uomo perchè gli va. Per quel moralista di Kant la diseguaglianza contenuta in questo tipo di rapporto lo rende molto problematico. Infatti,  se le donne si «danno» completamente all’uomo; non così l’uomo, che si concede solo per una sua parte: «gli organa sexualia». E poiché per Kant corpo e anima sono inseparabili e insieme costituiscono la persona, nel «dare» il corpo, la donna dà tutta se stessa, concedendo all’uomo di possederla; l’uomo invece non si dà, se non per una sua parte, e non concede alla donna di possederlo. Così facendo la concubina non è più una persona, ma una «cosa», dice Kant. Conclusione: si tratta «Senza dubbio di un contratto, ma un contratto ineguale». Alla fine su come vada vissuta rettamente la sessualità Kant non ha dubbi: «il matrimonio costituisce l’unica condizione per dar corso ai propri impulsi sessuali».

Se vogliamo parlare di Kant e di figa, questo è quello che Kant insegnava in merito ai suoi studenti. A Ferrara potrà sembrare roba da «neopuritani», da «minoranza eticizzante», ma la morale di Kant è questa, e non il «Non aprite quella porta».

Anche l’editoriale della domenica di Eugenio Scalfari parte dal «legno storto», difende Eco e cita Berlin. Per concludere così:

Detto questo, a noi non importano molto i peccati perché siamo libertini illuministi e relativisti. A noi importano gli eventuali reati e chi pecca e crede confidi nella misericordia di Dio.

Come si è visto Kant non sarebbe stato d’accordo nel definirsi libertino e relativista (e neanche Berlin, che dedica proprio uno dei saggi del Legno storto dell’umanità al «Presunto relativismo nel pensiero europeo del settecento», proprio con l’obiettivo di smontare l’idée reçue di un illuminismo relativista. Tanto da scrivere: «Non conosco nessun serio tentativo di proporre una concezione relativistica compiuto da un qualunque pensatore influente del Settecento» p. 121).

Tornando a Ferrara, il suo ossessivo ripetere lo slogan del legno storto fa somigliare Kant al suo animale da compagnia: il pappagallo creato da Thomas Bernhard nella pièce che porta il nome dell’autore della Critica della Ragion pura. Nel testo di Bernhard l’uccello in gabbia ripete per tutto il tempo in maniera grottesca frasi dall’opera di Kant, e al vecchio filosofo girano le palle.

[A parte] Titoli di coda.

A proposito del glorioso volume Utet brandito da Ferrara al Teatro Dal Verme, si potrebbero scorrere i nomi dei curatori della storica edizione degli scritti politici kantiani.

La traduzione di molti saggi è di Gioele Solari, che nell’introduzione scrive:

La dottrina giuridica kantiana è destinata a ritornare in onore ogni qual volta la libertà esterna è minacciata e sacrificata a preoccupazioni non giuridiche, e l’individuo teme di trasformarsi in uno strumento ai fini di organizzazioni, religiose, economiche, politiche.

Così, tanto per ribadire l’importanza del diritto all’interno della filosofia della storia di Kant. Tra l’altro, a questo punto l’editore, un quarto di secolo dopo, sente il bisogno di aggiungere una nota:

Non sarà inutile ricordare che il Solari scriveva – e non esitava a pubblicare – queste coraggiose parole nel 1930, mentre il fascismo opprimeva la libertà.

Solari morì nel 1952, del volume si presero cura tre suoi giovani allievi: Bobbio, Firpo e Mathieu.

Norberto Bobbio non ha bisogno di presentazioni, per conoscere la sua opinione sul Presidente del Consiglio è sufficiente leggersi i suoi articoli pubblicati su Critica Liberale raccolti nel volume Scritti sul dispotismo. Nonostante il suo rapporto coi pericolosi azionisti, continua a essere strattonato da Il Foglio.

Su Luigi Firpo invece torna alla mente una storia di 25 anni fa, riportata da Enrico Deaglio in Patria, p. 221 (raccontata la prima volta qui)

Silvio Berlusconi (…) nell’estate del 1986 concede un’intervista a Canale 5 di cui è proprietario.
Intervistatrice: «Lei è anche un grande studioso dei classici».
Il Cavaliere: «Ma no, non dica così».
Lei: «Sì, invece, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’ Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino».
Cavaliere: «Beh, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo…».
Luigi Firpo, 71 anni, studioso della storia rinascimentale, monumento di erudizione, cattedra di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, è in vacanza e sta facendo zapping. Quando l’intervistatrice legge alcune righe della prefazione di Berlusconi, l’anziano professore la riconosce immediatamente come sua, appena data alle stamper per l’ editore Guida di Napoli.
Riesce ad avere una copia edita dalla Silvio Berlusconi Communication e osserva che Berlusconi ha copiato interi brani della prefazione e della traduzione in latino. Scrive a Berlusconi intimandogli di ritirare tutte le copie. Berlusconi telefona scusandosi e accusando una segretaria disattenta.
Il vecchio professore minaccia di portarlo in tribunale. Berlusconi cerca di brandirlo, gli telefona un giorno sì e un giorno no, per sei mesi, raccontandogli barzellette. Lo invita a Canale 5 per parlare del Papa. Berlusconi è dietro le quinte con una busta di denaro, «per il suo disturbo e l’ onore che ci fa», che il professore sdegnosamente rifiuta. Berlusconi continua: per Natale gli regala una valigetta ventiquattr’ore in coccodrillo con le cifre LF in oro, un enorme mazzo di orchidee e un biglietto: «Per carità non mi rovini». Firpo mandò tutto indietro con un biglietto: «Preferisco la mia vecchia borsa sdrucita. Quanto ai fiori, per me e mia moglie, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi».

Vittorio Mathieu è l’unico ancora vivo: oggi è uno dei probiviri del Pdl.

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5 commenti on “Sexy Kant Ep. II”

  1. fulviosguerso ha detto:

    Ho conosciuto il Prof. vittorio Matthieu alla Facoltà di Magistero di Torino nel lontano 1970.
    Teneva un corso sull’origine del sentimento morale secondo il conte di Shaftesbury. Poi divenne famoso, tra l’altro per il suo libello intitolato “Quello che non ha capito Marx”, e anche per un suo saggio “giuridico-morale” intitolato “Perché punire”, argomentando sulla necessità della punizione adeguata per ristabilire la giustizia violata e per “aiutare” il reo a redimersi. Non si può mai dire nella vita. Quanto all’uso truffaldino del Kant “morale” da parte dell’ateo devoto G. Ferrara, rientra perfettamente nella “morale” di comodo del personaggio, il quale, se pensava di non essersi ancora abbastanza squalificato come intellettuale organico di Arcore, ha provveduto con queste sue mascalzonate pseudofilosofiche. Lasci stare i classici e si occupi di mutande, che è meglio per lui e per tutti.

  2. osvaldo ottaviani ha detto:

    Commento qui entrambi gli articoli, perché, a mio modestissimo parere (di lettore diurno di Kant) non è Ferrara a prendere della cantonate, anzi.

    Punto primo. Ferrara cita il ‘legno storto’ e Perazzoli risponde citando la teoria kantiana della pena, per dire che Kant, in fondo, era un giustizialista. Falso, perché la posizione ‘giustizialista’ è figlia di Beccaria più che di Kant. Kant, infatti, critica il ‘marchese’ Beccaria perché la teoria della pena come ‘deterrente’ fa della persona del reo un mezzo e non un fine: per Beccaria la pena diventa un mezzo di difesa dello stato (e, infatti, in casi particolari nemmeno Beccaria escludeva la pena capitale), mentre per Kant è lo stato che esiste in funzione del diritto (per cui può arrivare al paradosso, voluto, di dire che anche se lo stato si sciogliesse, dovrebbe eseguire tutte le condanne a morte che aveva irrogato. Il giustizialismo è proprio di una teoria illiberale del diritto, non di una teoria, come quella kantiana, per cui lo stato esiste solo in funzione del diritto.

    Secondo punto. L’articolo su Micromega passa bellamente sopra la distinzione tra ‘diritto’ e ‘morale’, come se, per Kant, tra ‘stato di diritto’ e ‘regime della virtù’ non ci fosse differenza. Con buona pace dell’autore dell’articolo, ‘virtù’ e ‘diritto’ non sono la stessa cosa, come sa chiunque abbia perlomeno sfogliato la ‘Metafisica dei Costumi’.

    Punto terzo.La tradizione politica liberale (di cui Kant fa parte, anche senza esserne, secondo me, un interprete troppo originale) guarda al diritto come ad un ‘sistema della libertà’, che renda possibile l’esercizio della libertà di ciascuno compatibilmente con la libertà di tutti gli altri. Da un punto di vista esclusivamente giuridico (la fondazione morale è altra cosa) la libertà è un concetto puramente negativo, l’assenza di coercizione. La tradizione liberale, penso a Mandeville, ad es., dice che non importa se i governanti sono buoni o cattivi (non importa chi deve governare), l’importante è che ci siano buone leggi che limitino l’arbitrio dei governanti nell’esercizio del potere. Questo mi sembra anche il caso della citazione sul ‘legno storto’.

    Per altre precisazioni c’è il bellissimo articolo del prof. Mathieu, pubblicato proprio su filosofia.it (http://www.filosofia.it/pagine/pdf/Mathieu_RivoluzioneFrancese_Kant.pdf) che chiarisce tante altre cose sull’argomento.

    Infine, precisazione: ‘Quello che non ha capito Marx’ è di Armando Plebe, mentre Mathieu ha scritto ‘Perché punire’, libro molto bello, in cui si difende, appunto, la teoria retributiva della pena in un’ottica liberale

  3. idiotecabologna ha detto:

    Soprattutto, Kant era protestante e a partire da un’ottica protestante scriveva.
    Il riferimento all’imperfezione dell’uomo è dovuta alla relatività dell’uomo di fronte a Dio e alla dimensione dell’eticità: fossimo perfetti, non ci sarebbe discrepanza tra il dover essere e la nostra volontà.
    Kant dal punto di vista della morale sessuale (oltre ad avere in mente la Prussia orientale settecentesca come esempio) non pensa affatto al matrimonio come ad un contratto per l’uso reciproco dei rispettivi organi sessuali, come farà Mill jr: tutte la sfera relazionale si inserisce olisticamente nell’etica dell’individuo come fine in sé. La prostituzione squalifica questo; se esiste il perdono dopo lo sbaglio, non per questo esso cessa di essere tale.
    Ma che Ferrara citi le sue fonti furbescamente non è una novità.

  4. Fulvio Sguerso ha detto:

    Mi scuso con Osvaldo Ottaviani e, soprattutto, con il Prof. Mathieu per l’errore, invero marchiano. Continuo tuttavia a domandarmi come sia mai possibile che tanta altezza d’ingegno e di cultura si ponga al servizio non di ideali universali o del dovere kantianamente inteso (lei m’intende), ma di interessi economici, materiali, politici e giudiziari di un leader presunto carismatico. Lei sa che i peccati di chi sa sono più gravi di quelli di chi non sa quello che fa. Moralismo? Sì, ma teologico. Lei non crede in Dio?
    Con stima.


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