links for 2011-03-29

  • Claudio Giunta, «Rivista Il mulino»:
    «L’Italia non ha bisogno di molti laureati in discipline umanistiche. Ha bisogno di una buona cultura diffusa, ma questo è tutt’altro discorso: e l’aiuto che le facoltà umanistiche possono dare in questo senso consiste soprattutto nel formare insegnanti eccellenti e intellettuali dotati di senso critico, non nel laureare in Lettere l’intera nazione. Questo non è "portare la cultura al popolo", è prenderlo in giro. L’idea che tutti debbano avere libero accesso alle meraviglie dell’umanesimo è figlia di un equivoco: si parla di quello che è un lavoro nei termini in cui si potrebbe parlare di una passione disinteressata, di una libera attività dello spirito, confondendo due piani che devono invece restare distinti: quello della piena realizzazione del sé (che non compete all’università) e quello della professione che attraverso lo studio universitario si viene abilitati a intraprendere».
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One Comment on “links for 2011-03-29”

  1. Fabio ha detto:

    Sono d’accordo con le soluzioni e preferisco la prima. Anzi, a meno di rinforzare un sistema di selezione che segue i ragazzi alle scuole superiori e s’inventa strumenti validi per tutti per comprendere competenze e potenzialità, l’unico modo è fare entrare tutti e poi essere severi nella valutazione, con la clausola che un esame si può fare per un massimo di tre volte per esempio, che non si può fare una serie di esami successivi se non si totalizza un punteggio alto in uno o un gruppo di esami del primo anno. Insomma, un po’ di creatività.

    E’ vergognoso che un accademico ancora difenda il diritto delle Accademie a guardare ad un interesse diverso da quello del progresso della conoscenza, del bene maggiore dei suoi studenti e della Nazione. Non sarà questa mentalità da bassa fabbrichetta applicata alle lettere che le ha portate alla rovina? Senza contare che non voglio neanche pensare come sono avvenuti i processi di selezione della classe dirigente umanista in questi trent’anni. Molto curioso che alla fine tutto si attribuisca ad uno slogan socialisticheggiante quando il principio fondamentale è stato il più tradizionalista ‘avere famiglia’.

    Sono poco d’accordo con il pistolotto iniziale sull’ignoranza, perché mi sembra intestata agli ignoranti. Giustamente, non uscendo mai da una biblioteca se non per andare al ristorante, e non avendo una benché minima idea di quello che succede nelle facoltà scientifiche, si può attribuire il proprio fallimento epocale alla differenza essenziale tra il materiale umano offerto agli umanisti senior e quello offerto agli scienziati. Si vada a fare un giro nei corridoi di biologia, chimica, medicina, economia e poi mi si dica se si ha una idea rinfrancata della giovinezza. No, il problema è che da quei corridoi si passa in stanze dove stanno, per lo più, persone con delle competenze. Che devono passare un numero chiaro di conoscenze, con degli obiettivi verificabili quasi giorno per giorno. Insomma, c’è gente che insegna. Mentre nei corridoi degli umanisti abbiamo un’alternanza di maestri di vita e misantropi.

    Inoltre annoterei che l’Italia ha bisogno di chiarirsi che le discipline umanistiche non possono chiamarsi più così, che la storia dell’arte ha poco a che fare con la sociologia, che non si diventa filosofi frequentando i corridoi del dipartimento d’Italianistica. Non sono per niente d’accordo con la divisione tra facoltà che condurrebbero naturalmente ad essere classe dirigente e facoltà che condurrebbero ad essere esperti di Montale. A questo punto, se dipendesse da me, metterei i sigilli alle facoltà che rendono esperti di Montale. Il problema è che gli storici, gli italianisti, i latinisti e i grecisti, i sociologi, in testa i filosofi si devono chiedere a cosa servono le loro competenze per il mondo. Che contributo possono dare. Io non mi bevo la intrinseca inutilità delle lettere. Il problema è capire che occorre uno statuto della propria disciplina adatto al 2011. Studiare avendo sempre il mondo in testa, verrebbe da dire. Al posto di rinchiudersi in meno nei cancelli umanistici, che li aprano quei cancelli e si confrontino con le altre discipline.


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