Breve guida alla Tv secondo David Foster Wallace

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A dodici anni David Foster Wallace acquisisce il diritto di guardare la tv da solo. Nell’area di Champaign-Urbana, Illinois, si ricevevano solo quattro stazioni: tre private e una pubblica. Ciò non toglie che David rimanesse seduto sul suo divano verde dalle sei alle otto ore davanti allo schermo in bianco e nero a guardare episodi di Gli eroi di Hogan, Star Trek, Mistero in galleria. Sabato mattina, cartoni; sabato notte, l’horror di Le creature del brivido. Non disdegnava le soap opera – Sentieri la sua preferita – e i quiz tv, soprattutto Ok, il prezzo è giusto. Un uso talmente intenso ed esteso da preoccupare i suoi genitori, si legge nella biografia scritta da D.T. Max, Every love story is a ghost story (in Italia sarà pubblicata da Einaudi Stile Libero a maggio 2013). «Non ho mai conosciuto nessuno che avesse così tanto bisogno di televisione come David», dirà la sorella, Amy Wallace.

Bambini prodigio e occhi incollati a uno schermo televisivo. Li ritroviamo in Infinite Jest, il suo capolavoro. Qui il piano di un gruppo di terroristi prevede l’uso di un video perfetto e devastante – Intrattenimento – per sottomettere un’intera nazione. Un popolo che ha scambiato la libertà con la libertà di scegliere cosa guardare in tv. Il libro esce nel 1996 ma sembra anticipare Youtube: immagina una futura evoluzione tecnologica di tv e computer, teleputer costruiti sui desideri degli spettatori. Dovrebbero curare la solitudine ma l’acuiscono. Generano uno spasso infinito che ci rende dipendenti. Non a caso una delle altre trame parallele del romanzo è ambientata in una Casa di Recupero per drogati. Ancora nell’opera incompiuta e postuma Il re pallido, il protagonista del capitolo 22 non si è liberato dalla dipendenza, e guarda show «in modo stravaccato e smidollato».

L’ossessione è presente in tutte le sue raccolte di racconti. Nella prima, La Ragazza dai capelli strani, troviamo La mia apparizione, in cui un’attrice è alla prese con un’ospitata da David Letterman, e Piccoli animali senza espressione, protagonista una ragazzina prodigio concorrente del quiz Jeopardy!. Nell’ultima, Oblio, in Mister Squishy vengono esposte nel dettaglio tecniche pubblicitarie, ne Il canale del dolore la programmazione di un’emittente sperimentale tutta a base di torture e assassini in diretta. La «potenza mitopoietica» del mezzo è esplicita con Brevi interviste a uomini schifosi; nel capitolo Tri-Stan: Ho venduto Sissee Nar a Ecko, una versione del mito di Narciso in cui Ovidio è una specie di Muppet e Narciso il protagonista in stato comatoso di una soap opera del canale E! (un racconto non incluso nell’edizione italiana, tradotto solo nell’antologia Schegge d’America, Fanucci, 1998).

Ma perché la televisione è cosi importante? La risposta più completa è il saggio E pluribus unum: Gli scrittori americani e la televisione (in Tennis, tv, trigonometria, tornado). Autoritratto di una generazione devastata dall’ironia. Lo spiegava in maniera altrettanto esplicita qualche anno prima, autunno 1988, nell’articolo Fictional futures and the Conspicuously Young (ora in Bot Flesh and not, uscirà per Einaudi nell’estate 2013). «La generazione americana nata dopo il 1955 è la prima per cui la televisione è qualcosa con cui convivere, e non solo qualcosa da guardare», scriveva Wallace. «Possiamo passare ore a scrivere ma ciò non toglie che facciamo parte ogni santo giorno del Grande Pubblico». Inutile cercare di difendersi scherzandoci su: «Non possiamo neanche “immaginare”, letteralmente, una vita senza tv».

(articolo uscito su SetteTv del Corriere della sera il 28 dicembre 2012)

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