Troppa comodità ci sta uccidendo?

Così dicono Marc Schoen e Stefano Boni, un medico e un antropologo, autori di due studi su tecnologia e superamento della fatica: Your Survival Instinct Is Killing You e Homo comfort.
Ne ho scritto su La Lettura, l’articolo si legge qui:

Spoiler: io rispondo così:

 

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Democrazia digitale? E lo chiedi a me?

«Il cittadino totale non è, a ben guardare, che l’altra faccia non meno minacciosa dello stato totale». Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, 1984. Per Bobbio si trattava di due lati della stessa medaglia. Stato totale e cittadino totale hanno lo stesso principio: «Che tutto è politica, ovvero la riduzione di tutti gl’interessi umani agli interessi della polis, la politicizzazione integrale dell’uomo, la risoluzione dell’uomo nel cittadino, la completa eliminazione della sfera privata nella sfera pubblica». Trent’anni dopo, il futuro di cui scriveva Bobbio è il nostro presente. All’epoca non si parlava ancora di democrazia digitale eppure il filosofo già affermava: «L’ipotesi che la futura computer-crazia, com’è stata chiamata, consenta l’esercizio della democrazia diretta, cioè dia a ogni cittadino la possibilità di trasmettere il proprio voto a un cervello elettronico, è puerile»

(«È arrivata l’ora della democrazia diretta. Di nuovo?». Continua su IL, mensile de Il sole 24 ore)


Come si lavora in un Apple Store italiano

A Natale siamo tutti più buoni – o almeno, passiamo tutti più tempo in un centro commerciale. Sono anche i giorni in cui dovremmo riflettere su come se la passano quelli meno fortunati di noi. Quelli dall’altro lato del registratore di cassa, per esempio.

Lo scriveva Paul Krugman qualche giorno fa sul New York Times a proposito della condizione dei lavoratori del settore commerciale negli Usa. Ecco, in questi giorni mi sono chiesto come se la passano i dipendenti di un Apple Store italiano, per esempio. Le risposte in un articolo (in due parti) per La nuvola del lavoro di Corriere.it.

  1.  I ritmi da catena di montaggio di un Apple Store
  2. Le 67 competenze che Apple pretende dai suoi dipendenti

 


Tweet e ritweet storici

Foto: markhillpublishing.com via @tomstandage

Foto: markhillpublishing.com via @tomstandage

Sull’ultimo libro di Tom Standage, digital editor dell’EconomistWriting on the Wall: Social media—The First 2,000 Years (Bloomsbury, 2013), un mio articolo scritto per La Lettura:


Misteri medievali e processi online

cover_rane

(se clicchi, si ingrandisce) Grafica: Micaela Bonetti

«Ordalie 5 stelle». Ne scrivo nel numero di ottobre di IL, nella cover della sezione Rane.
Una versione più estesa e aggiornata dell’articolo è uscita su Doppiozero.
Il saggio di cui si parla è disponibile nel sito di Peter Leeson


«La noia è una miniera d’oro»

Illustrazioni: Umberto Mischi

Illustrazioni: Umberto Mischi

«A lezione di monotonia», un articolo dall’ultimo numero di IL.

Si parla di un festival (Boring Conferences), di un libro di storia (Boring: A Lively History) e di uno studio scientifico ( The Unengaged Mind: Defining Boredom in Terms of Attention)

 


«Da lassù è più difficile guardarsi così»

(Una volta ho chiamato Enzo Jannacci. Lui mi ha risposto. Quattro anni fa, un articolo per il mensile della scuola di giornalismo)

Automobili di tutti i colori e grandezze, luci che sembra sempre Natale, biglietti da mille che piovono dal cielo. Quarant’anni fa Enzo Jannacci descriveva così Milano. «I gh’e tante otomobil de tucc i culùr, de tucc i grandesc’, l’è pien de lüs, che el par d’ess a Natal, il ciel pien de bigliett de milla», cantava in Ti te sé no. Che cosa è rimasto di quella Milano? Le automobili ci sono ancora. «Anzi, ce ne sono di più. Ci sono più giovani che vanno in giro, hanno tutti la macchina col sedile ribaltabile per fare l’amore con la ragazza. Ai miei tempi la volevano tutti, la volevo anch’io ma non ce l’avevo». La città allora era più ospitale: «Era un luogo ameno. Ora per i pedoni non c’e spazio, sono considerati dei mezzi, nel senso di entità fatte a metà».

Una passeggiata per Milano con Jannacci potrebbe incominciare da via Barletta. Dove c’erano gli studi della Ricordi: la casa discografica che ha prodotto i suoi maggiori successi, dai 45 giri con Gaber a Vengo anch’io. No, tu no. «Questo è uno dei posti che utilizzo come pensatoio. Perché io credo ancora che valga la pena di pensare, anche se alle volte il cervello è il nostro peggior carceriere». Un altro buon posto per riflettere è vicino alla stazione di Porta Garibaldi. «Ora qui è cambiato tutto. Ma anche se hanno buttato giù i muri, non possono portare via l’essenza di un luogo, quella rimane anche se il posto cambia, rimane l’odore nella memoria». Oppure si potrebbe partire dal suo quartiere: Città Studi. «È una bella zona, piena di studenti, vedo giovani che vanno e vengono di continuo. A me piace girare in motorino». Lì ci si potrebbe fermare anche a pranzo. «C’è una trattoria dove vado a mangiare spesso: lo Strambio sei. Fanno la pizza alta, io sono una delle tre o quattro persone al mondo a cui piace così. Ci vado spesso con mia moglie e mio figlio». C’è il tempo per un aperitivo? «Io però prendo soltanto un crodino. Una volta ero un etilista, in America bevevo solo martini. I reni sono due, ma il fegato è uno, come la milza». «Il più grande cantautore italiano», come lo ha definito Paolo Conte, si ricorda di essere anche medico.

Si potrebbe stare in giro per ore. Sarà perché questa città ce l’ha avuta sempre negli occhi da quando era un ragazzino. «Sta cità ghe lu denter in di occ de quan s’eri un fiulin», per dirla con parole sue. Il primo disco è La Milano di Enzo Jannacci, l’ultima fatica è Milano 3-6-2005. Al monumento simbolo della città nel 1970 ha anche dedicato una canzone: Il duomo di Milano. Lo descrive come un luogo di dolore, parla del funerale di un ragazzo. Ma ora se lo guarda dice: «Mi viene da ridere». Perché? «Penso alla fabbrica del Duomo. Son sempre lì che fanno e disfano. Se lo vedi davanti è solo il sagrato di una chiesa. E rido». Del resto lo ha anche cantato: «L’è un rebelot, ‘na città de far rid, l’è un casot». «Ma guardi che io non rido tanto», precisa. «Io sono cresciuto cullato dall’arte di Dario Fo. Lui sì che mi faceva ridere. Poi sono arrivati i miei giovani amici». Chiama così Boldi, Pozzetto, Teocoli, Abatantuono. Ricorda i tempi del Derby: «Era un mondo di favola». Oggi c’è qualcosa di paragonabile? «No, per quanto ne so io non ce ne sono più di locali come quello lì». Ma continua a pensare ai giovani. Da febbraio tiene un corso alla Scuole civiche. «Si, ma non faccio mica lezione io. Cerco soltanto di far capire la mia esperienza di cantautore. Questo è quello che devono fare gli anziani e io sono il più anziano di tutti. Indico dei percorsi per parlare del sociale, della famiglia, dell’amore. Per un fratello, per l’amico, per una donna, per il pensiero stesso dell’amore. Di come si racconta una storia che alla fine è quasi sempre tragica». Il pubblico è vario: «Ad ascoltarmi ci sono soprattutto ragazzi. Ma anche cinquantenni, delle signore e delle psicologhe».

Alla fine rimane un po’ di nostalgia per luoghi che non ci sono più, come le sartorie. «Io ho una sola vanità. Mi piace vedermi di spalle. Una volta c’erano i sarti che ti mettevano lo specchio dietro, oggi è più difficile. Deve essere una cosa ereditaria. Lo faceva anche mio padre. Lui però era aviatore. E da lassù è più difficile guardarsi così».

la milano di enzo jannacci