Elezioni: la mappa dei candidati «sociali»

A Milano se ne contano 28, 38 a Torino, 17 a Bologna e 32 a Napoli. Le liste a sostegno dei candidati sindaco per le prossime amministrative riempiranno schede elettorali larghe quanto lenzuola. Una lunga fila di simboli, elenchi di centinaia e centinaia di aspiranti consiglieri comunali. Quanti di questi vengono dal mondo del sociale?

Milano La sfida Moratti – Pisapia si gioca anche tra le liste civiche. Per il sindaco uscente, c’è il simbolo di Milano al centro, dove si trovano i nomi di Ana Paula Giolli, presidente del movimento  interculturale «Donne in Cammino», Claudio Marcellino, insegnante e presidente del Forum Milanese delle associazioni per la famiglia e Franco Lisi, non vedente responsabile del Centro Informatico dell’Istituto dei Ciechi. Nel centrosinistra tra i civici di Milano per Pisapia ci sono Franco Bomprezzi, collaboratore di Vita e portavoce di Ledha – Lega dei diritti dellepersone con disabilità, l’educatrice Agesci Anna Scavuzzo e Fernanda Werner, avvocato e mediatrice di conflitti.  Ma anche i partiti hanno lasciato qualche posto agli esterni, il Pd infatti candida Rosaria Iardino, fondatrice di Nps, il network italiano delle persone sieropositive, e Giovanna Menicatti, presidente di Apm Parkinson Lombardia. E il candidato democratico più giovane è il 24enne Emanuele Lazzarini, volontario Acli.

Napoli Tra gli oltre mille candidati al consiglio comunale molti nomi controllati dai locali boss delle preferenze. Le eccezioni si trovano nella lista Le competenze per Napoli, a sostegno del candidato sindaco del centrosinistra Mario Morcone, già responsabile dell’agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata. Per lui si spenderanno l ’ex preside Alessandro Filia, oggi figura di spicco nelle associazioni  del capoluogo campano, e Domenico Di Pietro, vicino a Tano Grasso per le battaglie antiracket. I movimenti di protesta contro le discariche hanno trovato casa al fianco di Luigi De Magistris: nella sua lista Napoli è tua c’è Pietro Rinaldi, uno dei leader dei contestatori di Chiaiano.

Torino Tra gli aspiranti consiglieri che sostengono il favorito Piero Fassino con il simbolo del Pd si trova Fosca Nomis, vicepresidente della sezione italiana di Amnesty International. Per Sel corrono Michele Curto di Flare, associazione vicina a Libera, e Alessandro Mostaccio, del Movimento Consumatori. Tra i sostenitori del terzo polo, invecem si colloca Raffaele Donato, impegnato da 15 anni al Sermig. Molti esponenti del movimento No Tav invece si trovano sotto le insegne della Federazione della Sinistra, a partire dal candidato sindaco Juri Bossuto.

Bologna Qui L’associazionismo cattolico si divide tra destra, centro e sinistra. Per il Pdl c’è Valentina Castaldini, già consigliere per una legislatura, lavora per l’Asp, l’associazione dei poveri bisognosi. Il terzo polo invece ospita alcuni delusi del Pd di area popolare, come Lina Delli Quadri, una lunga esperienza come operatrice sociale nelle parrocchie della città. È rimasta tra i democratici Marina Accorsi, impegnata nella Caritas e nella Croce Rossa Italiana. Ma l’esperimento più coraggioso è quello della lista Amelia per Bologna. In teoria ci sono i simboli di Sel e dei Verdi, in pratica la quasi totalità dei candidati si è fatto le ossa nel sociale, fuori dai partiti. A partire dalla capolista Amelia Frascaroli, ex direttrice della Caritas, venti nomi di personalità impegnate nel sociale da anni: dalla cantautrice impegnata sui temi della disabilità Antonietta Laterza ad Aziz Fattah, imprenditore e mediatore culturale.

(dall’ultimo numero di Vita)

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Di Pietro regala 100mila euro alla scuola di Don Mazzi

(dal numero in edicola di Vita, faiunpassoavanti)

La domanda è lecita: «Antonio di Pietro con la scuola che c’azzecca?». Se lo chiede lo stesso leader dell’Italia dei Valori, presen- tando il progetto “Don Milani 2” nella sede di Exodus al Parco Lambro. Il suo partito è uno dei sostenitori più convinti dell’iniziativa, al punto di donare 100mila euro dei rimborsi elettorali alla Fondazione di Don Mazzi. «Non sono soldi nostri, sono soldi del finanziamento pubblico ai partiti che restituiamo ai cittadini», spiega Di Pietro. «E questo è solo l’inizio», aggiunge. «Un appoggio senza precedenti, i partiti spesso ci hanno dato il loro sostegno morale, mai così concreto», commenta il responsabile del progetto Franco Taverna.

Di Pietro è convinto: «Quando don Antonio mi ha proposto questo nuovo modello di formazione basato sull’apprendimento attraverso il fare, mi è piaciuto subito. Così abbiamo deciso di sposare e sostenere il progetto. Un’idea davvero innovativa che dovrebbe far riflettere. Ci sono molti ragazzi, ancora giovanissimi, che rischiano di non riuscire nella vita. E oltre all’impegno ci vuole anche l’occasione giusta». A Exodus non hanno il timore di essere etichettati? Il fondatore alza le spalle: «Noi parliamo con tutti, se si vorranno aggiungere altri partiti, a noi farà solo piacere», dice don Mazzi.

 


Mini-naja: Per La Russa è un successo, 6000 domande per 1500 posti. «Le divise si pagano, me lo ha consigliato Tremonti»

(per Vita.it)

Il ministro La Russa può già cantare vittoria: «Sono seimila, finora, le domande arrivate. Seimila per millecinquecento posti a disposizione». Prima ancora di cominciare sembra che la mini-naja sia già un successo. Le tre settimane di stage nelle forze armate per cui si può fare domanda già dal 6 agosto fino al 6 settembre costeranno 19,8 milioni di euro per tre anni, ma secondo il ministro ne vale la pena. Tanto che ora c’è spazio anche per chi ha qualche anno in più: «Io, sebbene non più in verde età, rimango sempre a stretto contatto con i giovani. E solo a Milano e nelle città dove vado in vacanza ne ho incontrati decine e decine entusiasti della possibilità offerta. Poi ne ho parlato con i miei figli e con  loro amici. Anzi, ho alzato il limite d’età per la mini naja a 30 anni perché gli amici di mio figlio hanno 30 anni e mi dicevano: ma come, a noi ci lasci fuori?», ha detto il ministro a Il Messaggero.

Un risultato al di là delle aspettative, dopo il primo tentativo dello scorso anno che aveva coinvolto 145 giovani in un corso di due settimane presso la caserma degli Alpini del 6° reggimento di San Candido. «Stiamo anzi frenando, cerchiamo di non fare molta pubblicità», dice La Russa. E infatti per la comunicazione non si è speso molto, dato che lo spot in onda sulle reti Rai è riciclato da un vecchio filmato usato già due anni fa in occasione del 4 novembre. Cambia solo la voce dello speaker e lo slogan finale: «Vivi le forze armate».

Negli ultimi giorni non si riusciva neanche a prendere la linea al numero verde dell’Esercito aperto per chiedere informazioni. Linee sovraccariche anche alla Marina. E non ferma gli aspiranti stagisti neanche il fatto che dovranno pagarsi divise, tute mimetiche e scarponi. «E’ vero – conferma il ministro – me l’ha proposto Tremonti e l’ho trovato giusto. I giovani dovranno dare una cauzione e se distruggono i vestiti verrà trattenuta tutta o parte della cauzione. Se invece alla fine, qualcuno se li vuole tenere, lo potrà fare avendo già versato la cauzione».

A trarre beneficio dalla mini-naja saranno soprattutto le associazioni d’arma. «Con la mini-naja si acquisisce la qualifica di “soldato”, solo in questo modo ci si può iscrivere». Scomparsa la leva obblligatoria, senza gli stagisti le associazioni d’arma «sarebbero andate a morire», riconosce il ministro. Nei ventuno giorni in caserma non ci sarà solo pratica militare, «Ma anche corsi teorici che preparino al volontariato: lezioni sui valori civici del militare come l’amore per la patria e per il prossimo. La società con un costo modesto, inserisce nel circuito del volontariato migliaia di giovani che saranno di aiuto morale ma anche materiale allo Stato» , ricorda La Russa.

Su questo punto c’è lo scetticismo del mondo del servizio civile. «Chi fa la mini-naja in quelle tre settimane non conosce nessuna realtà associativa», afferma Primo Di Blasio, presidente della Cnesc (Conferenza nazionale enti servizio civile) contattato da Vita per commentare la notizia. «Sarebbe un fatto positivo se quei ragazzi sperimentassero il volontariato, ma non è cosi: loro potranno entrare nelle associazioni solo dopo. Nelle tre settimane di stage quello che vedono è solo la vita militare», continua Di Biasio. «Un arretramento culturale per l’Italia», secondo il prsidente della Conferenza, che non viene alleviato dal «basso costo» dell’operazione vantato dalla Difesa. «Si può pensare che quasi 20 milioni di euro non siano tanti, ma bisogna ricordare che il provvedimento è stato approvato d’urgenza mentre si discuteva una finanziaria che ha chiesto sacrifici per tutti», ricorda il presidente. Non ultimo lo stesso servizio civile. De Biasio dà le cifre dei fondi: «Nel 2010 abbiamo a disposizione 120 milioni , l’anno scorso erano 170 e solo nel 2007 si arrivava a 300». Per questo, se ora il ministro punta così tanto sugli stage nelle forze armate «si tratta di una precisa scelta politica».


Donne, politica e giornalismo. In Afghanistan

Mentre il dibattito italiano si divide tra tacchi a spillo, curve e lapidazioni (solo verbali), altrove le cose sono un po’ più complicate. Di solito in questo blog non ci si occupa di politica estera, ma il pezzo de Il Post sulla campagna elettorale afghana merita attenzione:

Nella capitale Kabul vengono anche affissi dei poster elettorali che raffigurano le candidate, ma con esiti poco rincuoranti: le immagini resistono poco all’esposizione, a causa degli interventi dei conservatori più intransigenti che le deturpano con sfregi di inchiostro rosso a causa del loro rifiuto all’idea che una donna possa svolgere una carica di rilievo. Durante il regime talebano alle donne non era permesso di partecipare in alcun modo alla vita pubblica e alle bambine era addirittura vietato frequentare la scuola: proprio oggi si è saputo di un nuovo avvelenamento ai danni di decine di insegnanti e alunne di una scuola femminile da parte dei talebani.

In questo contesto, la storia di tre donne che si battono per un ruolo nella vita pubblica del paese è senza dubbio un segnale positivo. Si tratta delle fondatrici di un centro per il giornalismo tutto al femminile. Qui racconto la loro storia.


I Bilanci di giustizia escono di casa: Quando la spesa è rivoluzionaria

Dall’ultimo numero di Vita

«Per me è stata dall’inizio una scelta politica. Volevo cambiare la realtà, ma sapevo che prima dovevo cambiare me stessa, le mie abitudini». Antonella Valer, 38 anni, spiega così la sua scelta di far parte dei Bilanci di Giustizia, la rete di famiglie nata nel 1993 che attua stili di vita a basso consumo e alto risparmio. Ora Antonella è consigliere di amministrazione della società dei trasporti della Provincia di Trento. Una nomina politica, ma Antonella non è iscritta a nessun partito: «Ho mandato all’assessore il mio curriculum, mi occupavo già di mobilità sostenibile e lui mi ha scelta». Adesso è al secondo mandato ed è orgogliosa dei risultati: «Trasporto integrato di treno e bici, una rete per l’autstop sicuro, il car sharing. Forse è meno di quanto avessi sperato, ma non è poco», dice.

Quella di Antonella non è una storia isolata. «Abbiamo notato questo cambiamento tra i nostri bilancisti – spiega don Gianni Fazzini, promotore dei Bilanci – tutti sono partiti dalla revisione dei consumi, con l’uso del fotovoltaico e dell’acqua del rubinetto o la pratica dello scambio di vestiti. A un certo punto hanno iniziato ad uscire di casa e a impegnarsi per la loro città».

Ad esempio c’è Giovanna, un’insegnante di Messina che ha messo in piedi una cooperativa per il fotovoltatico, oppure Luca che a Quarrata, in provincia di Pistoia, è diventato assessore all’urbanistica. Marisa Furlan di Mestre, invece, ha messo in rete i produttori sostenibili della provincia di Venezia e a Bologna c’è chi ha aperto un forno in centro dove vendono il lievito madre per poter fare il pane in casa.

Per capire che per i bilancisti la politica è una cosa seria, basata guardare la loro «Altra Card», nata  in risposta alla Social Card del Governo. Si tratta di diciannove semplici regole che ogni mese permettono di risparmiare 298,87 euro e di consumare 198,98 chili di CO2 in meno. Si va dall’acqua del rubinetto invece di quella in bottiglia, al pane autoprodotto. Dall’uso dei mezzi pubblici e della bicicletta al posto dell’automobile allo scambio di ospitalità per le vacanze e ai libri e dvd presi in prestito in biblioteca.

Così sarà proprio «Passaggi tra personale e politico», il tema dell’incontro annuale dei Bilanci di Giustizia, a Marina di Massa dal 26 al 29 agosto. Il motto è di Don Milani: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia».

Questa svolta era nei programmi fin dall’inizio? «Assolutamente no – dice don Fazzini – è un’evoluzione arrivata lungo il cammino. Dietro c’è l’idea che si possa rifondare la politica partendo da una ricerca della vita giusta personale. La città oggi ha bisogno di questo, di persone che si impegnino in prima persona». Sapendo di avere una marcia in più. Come racconta sempre Antonella: «Nel cda hanno apprezzato il fatto che conoscessi bene il servizio. Per me è normale, me ne servo tutti i giorni! Il modo migliore per promuovere il trasporto pubblico mi sembrava uno solo: usarlo. La forza dei bilancisti sta proprio in questo: non nella teoria, ma nelle cose che facciamo»


Lombardia: la Regione vuole l’acqua privata. No di sindaci, comitati e Pd

per Vita.it

L’acqua della Lombardia ai privati. La Regione vuole così. Ma in molti non ci stanno: i Comuni, che non vogliono dire addio all’acqua del sindaco, seguiti dai comitati dei cittadini e dai partiti d’opposizione. Il presidente Roberto Formigoni ha voluto che si discutesse oggi la legge regionale che riscriverà la gestione del sistema idrico. il testo, applicando il decreto Ronchi, apre alla privatizzazione. Nel pomeriggio è stato convocato davanti al Pirellone un presidio di protesta per difendere l’acqua pubblica.

I lombardi si sono già mostrati molto sensibili al tema. In regione è stato raccolto il maggior numero di adesioni per il referendum abrogativo della legge voluta dal Ministro per le Politiche comunitarie: 237mila firme su un totale di 1 milione e 400mila (depositate in cassazione lo scorso 16 luglio). Se si considera solo il capoluogo, le statistiche riferiscono di un’eccellenza del settore. Milano ha le tariffe più basse d’Europa: 60 centesimi al metro cubo contro una media nazionale sopre l’euro e mezzo; la dispersione è sotto l’11% mentre in Italia la media è del 30% e in Europa del 20. E Letizia Moratti spesso ha assicurato: «La nostra acqua non verrà privatizzata».

Ora per il Coordinamento regionale lombardo dei comitati per l’acqua pubblica si sta correndo un grosso rischio: «che l’acqua di tutta la Lombardia finisca nelle mani di poche imprese private interessate solo a fare profitto. In tal modo si porrebbe fine alle virtuose gestioni pubbliche che, in particolare nella città e nella provincia di Milano, risultano all’avanguardia a livello europeo». Tra le imprese interessate si fanno i nomi delle multinazionali francesi Suez e Veolia.

La legge regionale trasferirebbe i poteri che fino ad oggi sono stati degli Ato, gli Ambiti territoriali ottimali, alle Province. Per molti c’è il rischio di un aumento delle bollette, i Comuni vengono tagliati fuori. «Le forti perplessità che già nutrivamo sulla privatizzazione del servizio idrico  vengono rafforzate da norme che escludono i Comuni e rischiano di scaricarsi economicamente sugli utenti finali», ha affermato il presidente dell’Anci, il leghista Attilio Fontana.La protesta di oggi è sostenuta anche da Giuliano Pisapia, al momento l’unico candidato del centrosinistra alla carica di sindaco di Milano. «Non si può permettere che un bene di tutti diventi uno strumento di profitto per i privati»

Eppure la Lega non si oppone al testo che verra discusso oggi dal consiglio. «Per anni hanno sostenuto che era la Lombardia a fare da modello e a spiegare quello che si doveva fare nel resto del Paese. E dopo il grande dibattito della passata legislatura – in cui cercammo e trovammo una mediazione tra la legge regionale e le proteste referendarie dei sindaci – ci siamo accodati allo schema nazionale. Senza battere ciglio», scrive il consigliere regionale Pd Giuseppe Civati. Intanto l’assessore all’Ambiente Marcello Raimondi cerca di calmare gli animi: «La legge verrà approvata a settembre, dopo un dibattito che vogliamo sia il più aperto possibile».


Il mais Ogm del Friuli: Tra ambientalisti in rivolta e agricoltori libertari

Repubblica oggi dedica due pagine all’argomento, dopo l’intervento di ieri di Carlo Petrini.
(A Vita ne avevamo scritto il 30 luglio)

Due interi campi coltivati a mais Ogm (in foto). Entrambi in Friuli, a Fanna e a Vivaro, in provincia di Pordenone. È il rischio segnalato dalla task force Italia libera da Ogm. Per la magistratura non c’è ancora la certezza. In attesa degli esiti delle perizie quelli di Greenpeace si sono portati avanti: gli ambientalisti hanno fatto delle analisi su campioni prelevati da loro, le piante incriminate sarebbero mais Mon810, una varietà brevettata dalla multinazionale Monsanto. I dati di Greenpeace sono stati diffusi ieri, oggi oltre cento coltivatori della Coldiretti friulana si sono radunati davanti alla Prefettura di Fanna per dar vita ad un “Presidio della Legalità”. L’obiettivo è chiedere alla magistratura di intervenire immediatamente ordinando la distruzione della piantagione. Il presidente nazionale Sergio Marini chiede al ministro dell’agricoltura Giancarlo Galan il ripristino della legalità: «lo stesso Ministero ha l’obbligo di chiarire fino in fondo le azioni di carattere politico e tecnico-amministrativo che fino ad oggi ha messo in piedi e che intende intraprendere nelle prossime ore», ha dichiarato il presidente della Coldiretti.

«C’è il pericolo di contaminazione dei campi vicini. Il campo dev’essere distrutto prima della fioritura delle piante, per impedire un’estesa contaminazione», scrivevano tra gli altri Legambiente e Coldiretti in un appello al Presidente della Repubbica. Ma bisognerà attendere ancora qualche settimana per sapere cosa stabilirà la perizia ordinata dal procuratore di Pordenone, Antonio Delpino. Comunque le parole dell’agricoltore sotto accusa non rassicurano il fronte anti-ogm: «La fioritura c’è gia stata da un pezzo, e la fecondazione è già avvenuta», dice Giorgio Fidenato, già protagonista di altre azioni in favore della diffusione in Italia degli organismi geneticamente modificati.

Tutto è partito più di un mese fa da due lettere anonime spedite all’Ersa, l’agenzia regionale per lo sviluppo rurale. Contenevano foglie di piante di mais Ogm e mappe che indicavano i campi ora sotto sequestro. Il 24 giugno arriva la denuncia dell’assessore regionale all’agricoltura, il leghista Claudio Violino. La perizia dirà se i quattro ettari e mezzo del campo di Fanna sono coltivati a Ogm. «In quel caso violerebbero il decreto legislativo 24 aprile 2001, n. 212, che prevede il rilascio di una specifica autorizzazione, senza la quale è prevista la pena dell’arresto da sei mesi a tra anni o un’ammenda fino a 51.700 euro», ricordano i componenti della task force. Fidenato non sembra preoccupato dai rischi legali: «Faremo ricorso. Daremo battaglia fino all’ultimo, il diritto europeo ci dà ragione», afferma.

Il Friuli sembra terra d’elezione per i coltivatori favorevoli al mais geneticamente modificato.  A fine gennaio Silvano Della Libera, agricoltore di Pordenone e vicepresidente di Futuragra, un’associazione di 500 coltivatori pro-biotech, aveva annunciato: «Ci saranno mille coltivatori di mais pronti a seminare varietà geneticamente modificate». Dalle Libera aveva dalla sua parte una decisione del Consiglio di stato che aveva sbloccato l’autorizzazione alle coltivazioni “proibite”. Agli inizi di aprile è arrivato un altro stop dell’ex ministro Zaia al mais Mon810 – quello che secondo Greenpeace si trov anche nel campo sotto accusa – dell’azienda friulana. Ma Futuragra non demorde: adesso attende l’esito di un altro ricorso al consiglio di stato e al Tar del Lazio.

Sul rischio contaminazioni che partirebbe da Fanna non si sono fatte attendere le reazioni sella politica, con opposizioni trasversali agli Ogm. Per il senatore Pd Francesco Ferrante «In Friuli è iniziato l’inquinamento del settore agroalimentare italiano, agevolato dall’immobilismo del governo». E il sindaco di Roma e ex ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno ha scritto ai ministri Fazio e Prestigiacomo chiedendo «soluzioni urgenti e commisurate al grave rischio prospettato»

Di sicuro in Friuli ci sono almeno diciotto pannocchie Ogm. Sono quelle delle sei piante coltivate in una zona segreta della regione. Chi vuole può vedere il video, girato lo scorso 25 aprile, della semina illegale su youtube. Al centro della scena ci sono l’agricoltore Giorgio Fidenato e l’editore Leonardo Facco, amministratore del Movimento Libertario. Sul loro sito è anche stato possibile seguire passo dopo passo la crescita delle piante, l’ultima foto è del 12 luglio, sotto il titolo «la marcia del mais». Altri video si scagliano contro la coalizione «nazicomunista» contraria agli Ogm.