Misteri medievali e processi online

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(se clicchi, si ingrandisce) Grafica: Micaela Bonetti

«Ordalie 5 stelle». Ne scrivo nel numero di ottobre di IL, nella cover della sezione Rane.
Una versione più estesa e aggiornata dell’articolo è uscita su Doppiozero.
Il saggio di cui si parla è disponibile nel sito di Peter Leeson


«La noia è una miniera d’oro»

Illustrazioni: Umberto Mischi

Illustrazioni: Umberto Mischi

«A lezione di monotonia», un articolo dall’ultimo numero di IL.

Si parla di un festival (Boring Conferences), di un libro di storia (Boring: A Lively History) e di uno studio scientifico ( The Unengaged Mind: Defining Boredom in Terms of Attention)

 


«Da lassù è più difficile guardarsi così»

(Una volta ho chiamato Enzo Jannacci. Lui mi ha risposto. Quattro anni fa, un articolo per il mensile della scuola di giornalismo)

Automobili di tutti i colori e grandezze, luci che sembra sempre Natale, biglietti da mille che piovono dal cielo. Quarant’anni fa Enzo Jannacci descriveva così Milano. «I gh’e tante otomobil de tucc i culùr, de tucc i grandesc’, l’è pien de lüs, che el par d’ess a Natal, il ciel pien de bigliett de milla», cantava in Ti te sé no. Che cosa è rimasto di quella Milano? Le automobili ci sono ancora. «Anzi, ce ne sono di più. Ci sono più giovani che vanno in giro, hanno tutti la macchina col sedile ribaltabile per fare l’amore con la ragazza. Ai miei tempi la volevano tutti, la volevo anch’io ma non ce l’avevo». La città allora era più ospitale: «Era un luogo ameno. Ora per i pedoni non c’e spazio, sono considerati dei mezzi, nel senso di entità fatte a metà».

Una passeggiata per Milano con Jannacci potrebbe incominciare da via Barletta. Dove c’erano gli studi della Ricordi: la casa discografica che ha prodotto i suoi maggiori successi, dai 45 giri con Gaber a Vengo anch’io. No, tu no. «Questo è uno dei posti che utilizzo come pensatoio. Perché io credo ancora che valga la pena di pensare, anche se alle volte il cervello è il nostro peggior carceriere». Un altro buon posto per riflettere è vicino alla stazione di Porta Garibaldi. «Ora qui è cambiato tutto. Ma anche se hanno buttato giù i muri, non possono portare via l’essenza di un luogo, quella rimane anche se il posto cambia, rimane l’odore nella memoria». Oppure si potrebbe partire dal suo quartiere: Città Studi. «È una bella zona, piena di studenti, vedo giovani che vanno e vengono di continuo. A me piace girare in motorino». Lì ci si potrebbe fermare anche a pranzo. «C’è una trattoria dove vado a mangiare spesso: lo Strambio sei. Fanno la pizza alta, io sono una delle tre o quattro persone al mondo a cui piace così. Ci vado spesso con mia moglie e mio figlio». C’è il tempo per un aperitivo? «Io però prendo soltanto un crodino. Una volta ero un etilista, in America bevevo solo martini. I reni sono due, ma il fegato è uno, come la milza». «Il più grande cantautore italiano», come lo ha definito Paolo Conte, si ricorda di essere anche medico.

Si potrebbe stare in giro per ore. Sarà perché questa città ce l’ha avuta sempre negli occhi da quando era un ragazzino. «Sta cità ghe lu denter in di occ de quan s’eri un fiulin», per dirla con parole sue. Il primo disco è La Milano di Enzo Jannacci, l’ultima fatica è Milano 3-6-2005. Al monumento simbolo della città nel 1970 ha anche dedicato una canzone: Il duomo di Milano. Lo descrive come un luogo di dolore, parla del funerale di un ragazzo. Ma ora se lo guarda dice: «Mi viene da ridere». Perché? «Penso alla fabbrica del Duomo. Son sempre lì che fanno e disfano. Se lo vedi davanti è solo il sagrato di una chiesa. E rido». Del resto lo ha anche cantato: «L’è un rebelot, ‘na città de far rid, l’è un casot». «Ma guardi che io non rido tanto», precisa. «Io sono cresciuto cullato dall’arte di Dario Fo. Lui sì che mi faceva ridere. Poi sono arrivati i miei giovani amici». Chiama così Boldi, Pozzetto, Teocoli, Abatantuono. Ricorda i tempi del Derby: «Era un mondo di favola». Oggi c’è qualcosa di paragonabile? «No, per quanto ne so io non ce ne sono più di locali come quello lì». Ma continua a pensare ai giovani. Da febbraio tiene un corso alla Scuole civiche. «Si, ma non faccio mica lezione io. Cerco soltanto di far capire la mia esperienza di cantautore. Questo è quello che devono fare gli anziani e io sono il più anziano di tutti. Indico dei percorsi per parlare del sociale, della famiglia, dell’amore. Per un fratello, per l’amico, per una donna, per il pensiero stesso dell’amore. Di come si racconta una storia che alla fine è quasi sempre tragica». Il pubblico è vario: «Ad ascoltarmi ci sono soprattutto ragazzi. Ma anche cinquantenni, delle signore e delle psicologhe».

Alla fine rimane un po’ di nostalgia per luoghi che non ci sono più, come le sartorie. «Io ho una sola vanità. Mi piace vedermi di spalle. Una volta c’erano i sarti che ti mettevano lo specchio dietro, oggi è più difficile. Deve essere una cosa ereditaria. Lo faceva anche mio padre. Lui però era aviatore. E da lassù è più difficile guardarsi così».

la milano di enzo jannacci


Breve guida alla Tv secondo David Foster Wallace

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A dodici anni David Foster Wallace acquisisce il diritto di guardare la tv da solo. Nell’area di Champaign-Urbana, Illinois, si ricevevano solo quattro stazioni: tre private e una pubblica. Ciò non toglie che David rimanesse seduto sul suo divano verde dalle sei alle otto ore davanti allo schermo in bianco e nero a guardare episodi di Gli eroi di Hogan, Star Trek, Mistero in galleria. Sabato mattina, cartoni; sabato notte, l’horror di Le creature del brivido. Non disdegnava le soap opera – Sentieri la sua preferita – e i quiz tv, soprattutto Ok, il prezzo è giusto. Un uso talmente intenso ed esteso da preoccupare i suoi genitori, si legge nella biografia scritta da D.T. Max, Every love story is a ghost story (in Italia sarà pubblicata da Einaudi Stile Libero a maggio 2013). «Non ho mai conosciuto nessuno che avesse così tanto bisogno di televisione come David», dirà la sorella, Amy Wallace.

Bambini prodigio e occhi incollati a uno schermo televisivo. Li ritroviamo in Infinite Jest, il suo capolavoro. Qui il piano di un gruppo di terroristi prevede l’uso di un video perfetto e devastante – Intrattenimento – per sottomettere un’intera nazione. Un popolo che ha scambiato la libertà con la libertà di scegliere cosa guardare in tv. Il libro esce nel 1996 ma sembra anticipare Youtube: immagina una futura evoluzione tecnologica di tv e computer, teleputer costruiti sui desideri degli spettatori. Dovrebbero curare la solitudine ma l’acuiscono. Generano uno spasso infinito che ci rende dipendenti. Non a caso una delle altre trame parallele del romanzo è ambientata in una Casa di Recupero per drogati. Ancora nell’opera incompiuta e postuma Il re pallido, il protagonista del capitolo 22 non si è liberato dalla dipendenza, e guarda show «in modo stravaccato e smidollato».

L’ossessione è presente in tutte le sue raccolte di racconti. Nella prima, La Ragazza dai capelli strani, troviamo La mia apparizione, in cui un’attrice è alla prese con un’ospitata da David Letterman, e Piccoli animali senza espressione, protagonista una ragazzina prodigio concorrente del quiz Jeopardy!. Nell’ultima, Oblio, in Mister Squishy vengono esposte nel dettaglio tecniche pubblicitarie, ne Il canale del dolore la programmazione di un’emittente sperimentale tutta a base di torture e assassini in diretta. La «potenza mitopoietica» del mezzo è esplicita con Brevi interviste a uomini schifosi; nel capitolo Tri-Stan: Ho venduto Sissee Nar a Ecko, una versione del mito di Narciso in cui Ovidio è una specie di Muppet e Narciso il protagonista in stato comatoso di una soap opera del canale E! (un racconto non incluso nell’edizione italiana, tradotto solo nell’antologia Schegge d’America, Fanucci, 1998).

Ma perché la televisione è cosi importante? La risposta più completa è il saggio E pluribus unum: Gli scrittori americani e la televisione (in Tennis, tv, trigonometria, tornado). Autoritratto di una generazione devastata dall’ironia. Lo spiegava in maniera altrettanto esplicita qualche anno prima, autunno 1988, nell’articolo Fictional futures and the Conspicuously Young (ora in Bot Flesh and not, uscirà per Einaudi nell’estate 2013). «La generazione americana nata dopo il 1955 è la prima per cui la televisione è qualcosa con cui convivere, e non solo qualcosa da guardare», scriveva Wallace. «Possiamo passare ore a scrivere ma ciò non toglie che facciamo parte ogni santo giorno del Grande Pubblico». Inutile cercare di difendersi scherzandoci su: «Non possiamo neanche “immaginare”, letteralmente, una vita senza tv».

(articolo uscito su SetteTv del Corriere della sera il 28 dicembre 2012)


2013, il web che verrà

Una mappa, un bilancio, qualche previsione. Serena Danna per La Lettura del 23 dicembre ha tirato le fila dell’anno in chiusura e dell’anno che verrà. Punto di partenza: due domande per filosofi, giornalisti, studiosi delle cose di Internet. Quali sono state le parole chiave della tecnologia nel 2012? Quali saranno quelle del 2013?

Ho contribuito raccogliendo qualche parere. Li riporto qui per esteso.

Luciano Floridi, filosofo, autore di La rivoluzione dell’informazione (Codice edizioni, 2012)

2012. I massive open online course (MOOC) stanno cambiando il modo in cui si concepisce e si offre la formazione universitaria nel mondo.
2013. La potenziale entrata nell’universo dei MOOC delle cinque sorelle (Amazon, Apple, Facebook, Google, e Microsoft). Se inizieranno a competere non solo nel mercato dei tablets, del content-delivery, dell’e-commerce, etc. ma anche in quello delle formazione universitaria avremo scavalcato una nuova soglia tecno-culturale.
Ijad Madisch, fondatore di ResearchGate, social network per ricercatori e accademici
2012. Big Data: il tema sarà in agenda anche nei prossimi anni.
2013. Soluzioni online e mobile per scienza e medicina. C’è stata una grande distanza per molto tempo tra domanda e offerto. Ora il gap può essere colmato In molti sul mercato sono pronti a lanciare prodotti innovativi già nei prossimi mesi.
Antonio Spadaro, direttore de La Civilta Cattolica, consultore del Pontificio consiglio per la Cultura e le Comunicazioni
2012. Il consolidarsi del fenomeno del “content curation”. La rete  permette a chi vuol farlo di raccogliere e condividere in maniera ordinata e organizzata i contenuti che sono di suo interesse. Il ruolo della persona che è in rete non è quindi solo quello di produzione dei contenuti, ma è quello di una condivisione strutturata. Siamo in una fase evolutiva e , se vogliamo, di immaturità. Ci sono delle dinamiche molto complesse che vanno studiate, che però si dirigono sulla linea di una diffusione del sapere in termini ampi, quindi non rigidamente suddivisi a priori per criteri redazionali rigidi. E nello stesso tempo questa “cura” valorizza la dimensione della “testimonianza” nel senso che il curatore è sempre coinvolto in ciò che propone e se ne fa in qualche modo “garante”.
2013. Forse si svilupperanno maggiormente i social networks legati a comunità locali (Nextdoor, Dehood) o ad obiettivi sociali o civici o di riflessione (Shinynote, Timu, Dontknow.net, Village Rhythms…). Già nel “lontano” 2007 su La Civiltà Cattolica scrivevo che alla lunga la logica social di Facebook e Twitter avrebbe plasmato le relazioni e fatto crescere network legati a gruppi più ristretti di persone che hanno qualcosa in comune o che sono comunque legati tra loro sulla base a qualche criterio o interesse. Ecco, questo mi sembra ciò che ci attende: lo sviluppo dei network sociali. Forse non è un caso che il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni di quest’anno sia proprio dedicato ai social networks.
Giuliano Noci, docente di marketing del Mip del Politecnico di Milano

2012. La convergenza tra canali. La fruizione in contemporanea di più device (smartphone e televisione, ad esempio) e/o all’utilizzo di un device per una funzione d’uso diversa da quella concepita originariamente. Penso, ad esempio,
all’utilizzo del laptop per fruire di video o all’utilizzo del telefono per ascoltare la radio.
2013. La vera novità sarà l’affermarsi di un paradigma di comunicazione, fruizione di contenuti e interazione tra individuo e marca di tipo “no channel” / “oltre canale”. Da un lato, le imprese dovranno superare la logica della progettazione (di contenuti, interazioni) per canale; dall’altro, gli individui potranno/vorranno effettuare la stessa esperienza indipendentemente dal canale di riferimento.

Robert Levine, autore di Free Ride, un libro contro i parassiti digitali.

2012. Copyright online. Si vedano le vicende SOPA e ACTA
2013 Estensione del dominio di Google sul mondo online. Non solo per quel che riguarda la sua percentuale di mercato tra i motori di ricerca, ma nell’uso del suo potere economico per influenzare i governi e determinare il modo in cui internet è regolata.

Johnny Ryan, Chief Innovation Officer per The Irish Times, autore di Storia di Internet e il futuro digitale (Einaudi, 2011)

2012. Mobile Internet. Certo, la telefonia mobile esiste dal 1997, il 3g è arrivato nel 2007. Ma è solo nel 2012 che un grande numero di siti ha realizzato versioni ottimizzate per la visualizzazione da mobile. E in molte parti del mondo, come in India, per esempio, il numero di connessioni da cellulare sorpassa di gran lunga quelle da desktop. Ora aspettiamo il 4G, in ogni caso il 2012 sarà stato l’anno in cui l’internet mobile non è stata solo popolare, ma anche pratica.
2013. Nel 1996 ha fatto la sua comparsa la pirateria. Da allora musica, cinema, editoria sono entrate in crisi. Potrebbe essere arrivato il momento della ripresa. I giornali, per esempio, incominciano a sperimentare forme di paywall efficaci. La distribuzione online di film e musica comincia a produrre entrate. Nel 2013 queste imprese torneranno a stabilizzarsi, anche se non nella forma che avevano prima


Complottisti, pseudoscienziati, ciarlatani

Illustrazioni di Francesco Muzzi

Un mio articolo, pubblicato su IL di novembre


I social network dei vicini di casa

I nostri vicini preferiti sono quelli che non mettono la password al wifi? Una delle rare interazioni con chi abita nei nostri paraggi avviene attraverso smartphone o pc, quando visualizziamo un elenco di reti private per la connessione. Stringhe di lettere o di numeri — a volte buffi nomignoli — quasi sempre affiancati dall’icona di un lucchetto. Per il resto, sembra che dai vicini ci possano arrivare solo guai: in Italia, secondo il Censis, le cause civili pendenti tra condomini sono almeno 130-140mila. Le ragioni dei contrasti: uso degli spazi comuni, decoro dello stabile, rumori o odori molesti, presenza di animali. Nella sua storia del vicinato dal medioevo ai giorni nostri (Cheek by Jowl: a History of Neighbours, Bodley Head, 2012) la ricercatrice inglese Emily Cockayne descrive un’età dell’oro in cui i vicini ti accompagnavano dalla culla alla bara, sempre presenti e partecipi. Ora saremmo giunti al punto più basso della parabola: «Mai stati così distanti dai vicini», scrive la storica. «Il nostro vicino ideale non si intromette e non disturba, non dà niente e non vuole niente». In pratica non esiste. «I ricchi non hanno vicini», ricorda Cockayne.

(Articolo uscito su La Lettura del 28 ottobre 2012, continua a leggere su Corriere.it)