A Montenero, dipietristi e felici di morire democristiani

Antonio Di Pietro per le strade di Montenero con un compaesano

Il portafoglio di mio padre. Di Pietro Giuseppe, contadino. Morto a 72 anni cadendo dal trattore. Dentro non c’era mai una lira, ma un’immagine della Madonna di Bisaccia. E due sole tessere. Lui le chiamava “il fascio di grano” e “la Libertàs”. Erano della Coldiretti e della Dc. Non era proprio iscritto al partito: le davano insieme, d’ufficio. Io comunque vengo da lì. Dai cattolici, dai moderati. Ho studiato in seminario. Non sono un uomo di sinistra.

Così Antonio Di Pietro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha delineato i suoi riferimenti ideali. La svolta moderata ha stupito molti, ma come l’hanno presa i suoi fan più fedeli? Per capirlo si dovrebbe andare a Montenero di Bisaccia, provincia di Campobasso, luogo che ha dato i natali all’ex pm. Qui l’Idv è il primo partito, alle ultime amministrative è arrivata quasi al 30%.

«Forse noi abbiamo un punto di vista privilegiato. Di Pietro lo vediamo ogni settimana, il sabato, quando prende il trattore nella sua masseria – dice Pierpaolo Nagni, coordinatore regionale del partito – lo abbiamo sempre saputo che non è un’estremista, come lo hanno sempre dipinto». Nessuno stupore quindi da parte dei fedelissimi: «Siamo in tanti ad avere quella storia. Io stesso vengo dalla Dc, sono approdato al Pd ma lì i cattolici vengono spesso trascurati. Con Di Pietro invece siamo a casa».

Intanto, la routine a Montenero procede inalterata. Gli eventi che scandiscono la vita del paese sono tre: la festa della Madonna di Bisaccia a maggio, cui il leader dell’Idv non ha mai mancato di manifestare devozione; la sagra di San Paolo Apostolo a giugno; la grande «festa del ringraziamento» nella masseria di Di Pietro il primo sabato d’agosto. «È una tradizione, mio padre Peppino la faceva dopo la trebbiatura. Arrivavano anche gli spigolatori e chi a casa sua non aveva da mangiare», ha sempre detto Di Pietro. Quest’anno sarà l’occasione per lanciare nuovi segnali politici? «Il nostro obiettivo è quello di fare un grande partito di massa», dice il suo luogotenente. Con quale ispirazione? «Moderata, cattolica». Insomma, la Dc. Chi l’avrebbe mai detto che i dipietristi sarebbero finiti democristiani? «Lo avessi saputo dall’inizio ci avrei messo subito non una, ma due firme», dice Nagni.

I molisani potrebbero apprezzare: «Non è certo una regione di avanguardisti o supermoderni, sicuramente qui si sentivano distanti dal Di Pietro estremista. È sempre stata una regione bianca, votavano tutti Dc», commenta Daniela Di Cecco, giornalista del più diffuso quotidiano locale, Il nuovo Molise. In paese, intanto, si discute delle ultime mosse. Il piccolo centro conta 6775 abitanti, non c’è bisogno dei social media perché alcune voci si diffondano in modo incontrollato. «Tutti parlano di una cena segreta tra Di Pietro e Berlusconi – racconta Angelo Santagostino, direttore del freepress La Gazzetta del Molise – successiva all’incontro in parlamento. Tutti si chiedono di che cosa abbiano parlato. Probabilmente c’entra l’importantissima partita della Regione». Già, il governatore del Molise. Per eleggerlo si voterà il prossimo novembre, e anche qui l’Idv è in rotta col resto del centrosinistra. «Siamo contrari alle primarie, e se il candidato che sceglierà il Pd non sarà di nostro gradimento, correremo da soli», afferma il coordinatore regionale.

A dire il vero, tra i militanti non tutti sono convinti. Lucia Urbano, 30 anni, è la responsabile dei giovani del partito, a lei il Di Pietro «moderato» suscita qualche perplessità: «Se lo dice sul serio mi viene un po’ da ridere. Spero sia soltanto una sparata. La classe politica locale è già piena di riciclati, ci manca solo questo». Comunque vada, Lucia sa che qui Di Pietro qui conterà sempre su uno zoccolo duro: «Molti sono lavoratori della terra, gente umile che si fida ciecamente di lui, per loro lui è ancora l’eroe di Mani Pulite», dice Lucia. Nonostante gli affezionati seguaci, a casa sua Di Pietro è all’opposizione. Il sindaco di Montenero è del Pdl, a presidiare il consiglio comunale rimane suo figlio, Cristiano Di Pietro, eletto consigliere di minoranza. Certo, se il nuovo corso moderato avesse successo Di Pietro potrebbe tornare a scrivere una lettera ai suoi concittadini in montenerese stretto, come fece dopo le ultime elezioni vinte, ormai più di dieci anni fa. Scriveva di suo pugno Tonino:

Chari paisani,  mò ch’ aemèe finuto dhi fa la cummedia ch’ la lijst e ch’ tutth ch’ ll sciminite ch’ ci vuolevan pià n’ giro, vi vujh tringrazià tutt’ quant’

(Traduzione per i lettori non molisani: «Cari paesani, ora che abbiamo finito la commedia con la lista e tutti quegli scimuniti che volevano prenderci in giro, voglio ringraziarvi tutti quanti»).

Ne ho scritto anche sul numero di Vita in edicola oggi

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Di Pietro regala 100mila euro alla scuola di Don Mazzi

(dal numero in edicola di Vita, faiunpassoavanti)

La domanda è lecita: «Antonio di Pietro con la scuola che c’azzecca?». Se lo chiede lo stesso leader dell’Italia dei Valori, presen- tando il progetto “Don Milani 2” nella sede di Exodus al Parco Lambro. Il suo partito è uno dei sostenitori più convinti dell’iniziativa, al punto di donare 100mila euro dei rimborsi elettorali alla Fondazione di Don Mazzi. «Non sono soldi nostri, sono soldi del finanziamento pubblico ai partiti che restituiamo ai cittadini», spiega Di Pietro. «E questo è solo l’inizio», aggiunge. «Un appoggio senza precedenti, i partiti spesso ci hanno dato il loro sostegno morale, mai così concreto», commenta il responsabile del progetto Franco Taverna.

Di Pietro è convinto: «Quando don Antonio mi ha proposto questo nuovo modello di formazione basato sull’apprendimento attraverso il fare, mi è piaciuto subito. Così abbiamo deciso di sposare e sostenere il progetto. Un’idea davvero innovativa che dovrebbe far riflettere. Ci sono molti ragazzi, ancora giovanissimi, che rischiano di non riuscire nella vita. E oltre all’impegno ci vuole anche l’occasione giusta». A Exodus non hanno il timore di essere etichettati? Il fondatore alza le spalle: «Noi parliamo con tutti, se si vorranno aggiungere altri partiti, a noi farà solo piacere», dice don Mazzi.

 


Primarie a Milano. Stasera si parla del conflitto di interessi. Di Boeri – Agenda del giorno – 45

La sinistra dura-e-pura-che-più-pura-non-si-può aveva lanciato subito l’accusa: il peccato originale di Boeri si chiama Ligresti. L’architetto ha lavorato con il costruttore condannato ai tempi di Tangentopoli. Tra coloro che avevano sollevato la questione c’erano anche quelli di 11 metri, che scrivevano:

La mia personalissima impressione (leggi: paura) è che il Boeri  abbia potuto fare con Ligresti (da sempre in affari con lui) un semplice calcolo: se anticipiamo noi la candidatura del PD li mettiamo in smacco, stante il gran giro di interessi che noi rappresentiamo e l’interesse reciproco che le aziende da noi gestite ed il PD potrebbero facilmente gestire.
Al PD, non c’è che dire, deve essere venuta l’acquolina in bocca… Ci prendiamo uno dei principali poli del potere
milanese, strappandolo alla Moratti che ci ha banchettato fino a ieri, e ci prendiamo anche la citta, stante la
stima bipartisan di cui gode il Boeri.

Dove sono Boeri, Ligresti ed i vertici del PD.. tutti attorno ad un tavolo a dirsi “se tu mi dai questo, io ti do questo”? Perchè stentano tanto nel dire se lo sostengono o no???
Ebbene.. io non voglio iniziare a nutrire dubbi su un candidato che potrebbe rappresentare il futuro della mia città.
Ma da anni vivo in una dittatura da conflitto di interessi: ebbene, se Boeri vuole che si prenda in considerazione seriamente la sua candidatura, riferisca del conflitto di interessi di cui buona parte della società civile lo ritiene portatore.

Stasera Boeri stasera incontra i ragazzi di 11 metri, per il ciclo «Lui chi è?» che già aveva ospitato Pisapia. Alle 21 all’Arci Bitte in via Watt 37. Sulla carta non sembrerebbe una platea amica. Ma Boeri probabilmente non teme l’argomento, ieri sulla sua pagina di Facebook ha scritto persino che «vorrebbe parlare con Antonio Di Pietro. Anzi, qualora lo volesse, sarei felicissimo di parlare con lui».

Quelli di 11 metri devono essere ubiqui, e comunque sono in tanti, stasera parteciperanno infatti anche a La Giovane Milano incontra Giuliano Pisapia , alla Cooperativa Liberazione in via Lomellina 14, alle 20.30. Per rispettare la par condico potrebbero mandare qualcuno a seguire anche Valerio Onida in Largo Corsia dei Servi  alle 19 per l’incontro «Impariamo la Costituzione, incontriamoci».

Michele Sacerdoti, invece, ieri ha postato il video «Do un cracker ad un gabbiano sul traghetto per l’Elba».


Happy birthday Mani Pulite. Oggi Tangentopoli diventa maggiorenne

Non c’entra (con l’argomento di questo blog), ma c’entra. L’arresto di Mario Chiesa. Quali furono le reazioni della città, della politica, dell’informazione? Allora si disse «un mariuolo», oggi la si definisce «pirlaggine». Ma che cosa accadde quel giorno? Parlano l’uomo che arrestò l’ingegnere socialista, il suo avvocato, i giornalisti che seguirono la vicenda

(un’anticipazione dal prossimo numero di MM)

«Una normalissima operazione di servizio, non immaginavamo sviluppi particolari, nessuno aveva l’idea di quello che sarebbe accaduto dopo». Roberto Zuliani ricorda così quell’arresto, un lunedì pomeriggio di diciotto anni fa. Ora il colonnello Zuliani ha 53 anni e dirige il comando provinciale dei carabinieri di Gorizia. Ma il 17 febbraio 1992, alle 14.30 era a Milano, in via Marostica 8, sotto gli uffici del direttore del Pio Albergo Trivulzio, l’ingegner Mario Chiesa. Quel giorno comincia Mani Pulite. È l’inizio della fine della Prima Repubblica.

«Tutto parte da una denuncia di un’associazione degli artigiani, avevo contatti col responsabile. Io mi occupavo di racket, estorsioni, sequestri», ricorda Zuliani. L’imprenditore esasperato quella volta si chiama Luca Magni, titolare della Ilpi di Monza, un’impresa di pulizie che aveva contratti col Trivulzio. Il 14 febbraio Magni racconta tutto ai carabinieri di via Moscova e Zuliani riferisce al magistrato con cui lavora: Antonio Di Pietro.

Preparano il blitz. Il 17 l’imprenditore arriva a Milano con la sua Mitsubishi, Chiesa lo fa aspettare mezz’ora fuori dal suo studio. Quando si incontrano l’ingegnere gli chiede subito la tangente. Il 10 per cento su un appalto di 140 milioni. Magni ha con sé solo la metà di quella cifra. Tutto in una busta: sette milioni di lire. Ma una banconota ogni dieci è firmata da un lato dal capitano Zuliani e dall’altro dal sostituto procuratore che coordina quell’operazione: Antonio Di Pietro. I carabinieri fanno irruzione nell’ufficio, scattano le perquisizioni.

Per Zuliani, neanche Di Pietro era consapevole fino in fondo di quello che sarebbe accaduto dopo: «Entrò nelle indagini nel momento in cui ci si presentò la necessità di fare delle intercettazioni ambientali». Quel giorno Tonino era il pm di turno.

«Quella fu l’iskra, la scintilla, come dicono in russo, da cui partì l’incendio che devastò la prateria, ma la prateria era già pronta ad essere incendiata», afferma oggi Nerio Diodà, l’avvocato che difese Chiesa. «Quando seppi cos’era successo ero in Corte d’Appello in attesa di una sentenza. Raggiunsi la Baggina alle 18, vidi Chiesa lì, poi lo portarono in questura e la notte a San Vittore». «In quel periodo abbiamo arrestato molta gente abituata a frequentare salotti e ambienti di un certo tipo. Improvvisamente si trovarono di fronte al portone di un carcere», ricorda Zuliani. L’avvocato Diodà ha ancora ben presente «il disagio e la meraviglia» di Mario Chiesa davanti alla sua cella.

La notizia dell’arresto arriva presto nelle stanze del potere milanese. Il consiglio comunale sta discutendo le nomine di società controllate. Democristiani e socialisti si dividono sulle poltrone di Coreco e Sea. Ad un certo punto l’aula inizia a mormorare.

«Quando comincia ad arrivare la notizia, casualmente affianco a me c’era Bobo Craxi», racconta Elisabetta Soglio, de Il Corriere della sera, all’epoca a Palazzo Marino per Avvenire. Il rampollo socialista era segretario del partito milanese. «Bobo liquida la cosa in modo sprezzante, gli altri tendono a scaricarlo e a minimizzare. Molti non sapevano neanche chi fosse Mario Chiesa, solo più tardi si sarebbe scoperto quanto contava all’interno dell’organigramma del Psi».

Nel frattempo in consiglio il mormorio aumenta. «Allora prende la parola Tommaso Staiti di Cuddia del Msi e chiede a Piero Borghini chiarimenti sulla notizia», continua la Soglio. Borghini era sindaco da meno di un mese. In quel periodo sui manifesti che incominciavano a tappezzare la città in vista delle elezioni politiche del 5 aprile campeggiava la faccia sorridente di Bettino Craxi e lo slogan del Psi: «Milano al centro del progresso italiano». Di lì a poco tutto quel sistema di potere sarebbe stato spazzato via.

Nelle redazioni italiane la notizia arriva con un lancio dell’Ansa delle 22.16. Titolo: «Amministratore casa di riposo arrestato per concussione». Ma nei quotidiani di martedì 18 febbraio non sarà in prima pagina. Non molto tempo dopo Mani Pulite avrà tutta l’attenzione dell’informazione.

Vittorio Feltri era da pochi giorni alla guida de L’Indipendente, nei mesi successivi triplicherà le vendite seguendo le inchieste. «Avevo grandissima fiducia in Di Pietro, lo conoscevo da quando era a Bergamo», afferma l’attuale direttore de Il Giornale. «Avevamo capito invece la sfiducia che c’era verso i socialisti. Quel periodo non è proprio da rimpiangere, non erano per niente bei tempi. Il Psi prendeva i soldi dei cittadini, il risultato è che Milano non aveva il passante e la metropolitana per l’aeroporto».

Nel 2009 si è tornati a parlare di Mario Chiesa. È stato accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato e associazione per delinquere finalizzata allo smaltimento illegale di rifiuti. A dicembre ha patteggiato una pena di tre anni e sei mesi. Stavolta neanche un giorno di carcere, grazie all’indulto.

«Ho sorriso, quando l’ho saputo», dice Roberto Zuliani. «Da allora sono cambiate tante cose, vedo anche che sono cambiati i giudizi di molti su quella stagione. Chi all’epoca la pensava in un modo, ora la pensa in un altro. Spesso sento valutazioni che non hanno un fondamento, giudizi sostenuti senza dati alla mano o con interpretazioni che non hanno nulla a che vedere con la realtà. Ma noi abbiamo fatto tutto nei termini previsti dalle norme, nel nostro lavoro non c’era nessuna interpretazione personale».


Que reste-t-il de Bettino Craxi?

Milano si divide su una strada a suo nome. Ma che cosa rimane di Bettino Craxi il 19 gennaio 2010? Le opinioni dei milanesi e le risposte di  Elisabetta Soglio (Corriere della sera), Luca Solari (Organizzazione aziendale – Unimi), Emanuela Scarpellini (Storia Contemporanea – Unimi), Paolo Segatti (Sociologia Politica – Unimi), e Simona Bonfante (Kuliscioff).

Servizio mio, di Emanuela Meucci e Fabio Savelli.


No C-Day

Bettino Craxi: un grande statista o un corrotto e un latitante? Per Qui Milano Libera non ci sono dubbi. “Onorare sulla pubblica piazza i politici condannati per corruzione e fuggiti in latitanza è un pessimo esempio per i cittadini: ecco perché è necessario esprimere un civile e fermo dissenso”, scrivono gli attivisti guidati da Piero Ricca. E quindi allo slogan “Via a Craxi? No, via i corrotti”, l’associazione milanese sarà in piazza Cordusio, angolo via Mercanti, sabato 9 gennaio alle 14, per protestare contro l’intenzione manifestata dal sindaco Moratti di intitolare una via di Milano al leader socialista.

Hammamet: Avenue Craxi

Al presidio hanno aderito i gruppi consiliari milanesi di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Lista Fo, e diversi blogger. L’evento è stato lanciato sul web; su Facebook circa cinquecento persone hanno garantito la loro presenza, altrettanti si dicono “in forse”. La lista dei relatori non è ancora definitiva, ma tra gli altri dovrebbero esserci Basilio Rizzo, consigliere comunale della lista Fo e Salvatore Borsellino.

Aggiornamenti. In piazza dovrebbero esserci anche Beppe Grillo e Antonio Di Pietro.