I refusi di Azzollini? Un modo elegante per non fare brutta figura

Il senatore Piergiorgio Massidda, Pdl, è da sempre attento ai problemi dei disabili. Medico, membro della Commissione Sanità, si è più volte adoperato in difesa dei malati di Alzheimer e di Sla. Abbiamo discusso con lui di come la manovra ha affrontato il tema delle invalidità.

(per Vita.it)

È arrivata la marcia indietro sui tagli. È una buona notizia?
Un successo, se fosse confermato. Siamo riusciti a ritirare i tagli in una situazione economica quasi disperata. Non mi trovavo d’accordo sulla soluzione del governo. Io avevo presentato un emendamento che non è stato accettato. Certe proposte erano una vera e propria ingiustizia. Comunque la vera manovra si vedrà alla Camera. Ora verrà blindata, ma a Montecitorio potrebbero esserci cambiamenti che poi dovranno nuovamente passare al Senato.

Come spiega l’annuncio dei tagli poi ritirati?
Quando si scrive una manovra spesso ci si deve comportare come un buon padre di famiglia. All’inizio si spara alto, si annunciano tagli pesanti. Poi, una volta viste le reazioni, si comprende l’entità di quanto si può tagliare realmente e si torna indietro. Si fa così, sono parlamentare da sedici anni, non è la prima manovra che vedo.

Si è molto parlato dei «refusi» del relatore Azzollini.
Ci sono stati circa millecinquecento emendamenti. Spesso le insidie si celano dietro poche parole. Proposte apparentemente virtuose che non lo sono affatto. Nel caos vengono aggiunte cose sottobanco. Spesso abbiamo scoperto amici sinceri fare modifiche non alla luce del sole. Bisogna vigilare, e Azzollini è uomo esperto. Elegantemente si dice che ci sono stati dei «refusi», è un modo per poter tornare indietro ed evitare brutte figure.

Adesso cosa accadrà?
Bisognerà lavorare alle norme d’attuazione. Sarà necessario un atto di fiducia tra Governo e associazioni.

Oggi loro protestano a Montecitorio. Ci sono le condizioni per lavorare insieme?
Si, se le associazioni smettono di tutelare qualche furbo. Perché per proteggere pochissime persone si rischia di sputtanare la situazione generale.

Comunque il ritiro dei tagli è stato accolto bene.
Il dialogo che si è aperto è importante. Ora si devono evitare le strumentalizzazioni.

Di che tipo?
Quelle per cui certi schieramenti politici vengono considerati più tolleranti e altri più rigidi. Ma faccio notare che l’atteggiamento del governo Prodi non era molto diverso dal nostro.

La mobilitazione di oggi ha visto una unità tra le sigle senza precedenti.
Le associazioni devono scoperchiare le pentole. Che ci siano sprechi è indubbio. E lo sanno bene anche loro. Alcuni di loro ci giocano e a volte fanno i furbi

A chi si riferisce?
Mi viene in mente un dirigente di un associazione di non vedenti che leggeva il giornale da lontano.

I non vedenti sono quelli su cui cadono più spesso le accuse di false invalidità.
Io adoro i non vedenti. Sono miei amici. Ma sono tra le associazioni a cui diamo più soldi. Tutti gli anni. Ora, se ci fosse qualche taglio, loro dovrebbero capire quali sono le priorità. Per il sostegno ai malati di Sla, ad esempio, servono dei macchinari che costano l’ira di Dio.

I falsi invalidi sono quindi il problema principale quando si parla di disabilità.
È uno dei problemi, che comunque non può essere eluso. E in questo le associazioni ci devono aiutare.

Crede che ad esempio l’istituto dell’indennità di accompagnamento sia da rivedere?
Guardi, le associazioni stesse ci dicono che ci sono vere e proprie speculazioni. C’è gente che si fa pagare. Ne abbiamo viste di tutti colori. Ma ogni annuncio di modifica viene preso come una minaccia, perché, dicono, nessuno di loro «vuole fare la spia».


Manovra: Il governo cambia di nuovo idea sulla soglia d’invalidità

Togliamo la norma sull’invalidità per tutti.

Il senatore Antonio Azzollini torna indietro. Dopo un incontro con il ministro Tremonti, il relatore della manovra al Senato ha annunciato la nuova linea del governo sui tagli agli assegni di invalidità. La soglia non viene alzata all’85%, rimane al 74%. La protesta di tutte le associazioni dei disabili ha dato i suoi frutti.


Manovra: assegni di invalidità, ritornano i tagli

Prima il governo promette di ritirare l’articolo della manovra che taglia le pensioni d’invalidità. Poi si rimangia la parola. Il primo comma dell’articolo 10 della legge 78 del 2010 prevedeva l’innalzamento della percentuale di invalidità dal 74 all’85% per l’assegno mensile di 256,67 euro. Il taglio colpiva in particolare le persone down. Qualche giorno fa era stato annunciato il ritiro dell’articolo. Lo aveva fatto il relatore della manovra in commissione Bilancio al Senato, Antonio Azzollini, del Pdl.

Azzollini ha preso un impegno solenne con noi, questo ci rassicura

Così aveva detto, neanche una settimana fa, Pietro Barbieri, il presidente della Fish, la federazione italiana per il superamento dell’handicap. Oggi il governo ha nuovamente cambiato idea. Il limite viene tenuto al 74% solo nei casi di “patologia unica”. Franco Bomprezzi nel suo blog spiega che cosa vuol dire:

il limite viene comunque alzato all’85 per cento. Unica eccezione per le disabilità con invalidità al 75 per cento, certificata per una patologia unica, come, ad esempio, le persone con sindrome di Down. Tutti gli altri, se hanno una certificazione inferiore all’85 per cento, ma frutto della somma di più patologie invalidanti, il che avviene ad esempio quasi sempre per le persone anziane, o con patologie di origine psichiatrica, perdono il diritto all’assegno di invalidità di 256 euro. Lo perdono e basta. Gli verranno negati quei quattro soldi, per fare cassa.

E poi nel testo c’è un’altra novità. Vengono tagliate le indennità di accompagnamento. Ovvero quei 480 euro al mese dati a chi ha un’invalidità del 100%. Ora cambia la definizione, l’emendamento dice che potranno mantenerla

solo i cittadini nei cui confronti sia stata accertata una inabilità totale per affezioni fisiche o psichiche e che si trovino nella impossibilità permanente di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore, o, non essendo in grado di compiere il complesso degli atti elementari della vita, abbisognano di una assistenza continuativa.

Sempre Bomprezzi spiega che cosa significa:

Che si comincia a creare divisione tra paraplegici e tetraplegici, fra anziani che a fatica cercano di conservare un minimo di autonomia negli spostamenti e anziani che sono permanentemente a letto. Significa che si daranno questi 480 euro al mese solo a persone in stato di assoluta gravità. Gli altri, ossia tutti quei disabili che si muovono in carrozzina, che mantengono almeno in parte una certa autonomia personale, ma che ovviamente non sono totalmente autosufficienti, tanto che hanno comunque diritto alla certificazione di invalidità al cento per cento, si vedranno sottratta questa indennità, l’unica vera misura di sostegno alla vita indipendente e all’autonomia nel nostro Paese.

Per il 7 settembre le associazioni dei disabili hanno convocato una manifestazione di protesta a Roma. Forse non sperano neanche più che Azzollini cambi nuovamente idea.


Perdere tempo con le province

Il panorama delle Alpi biellesi fra Lessona e Cossato

Ora il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli è soddisfatto, per lui il taglio delle province è

Un segnale importante che dimostra come la Lega abbia agito e agisca con buonsenso. Sono gli altri che devono chiarirsi le idee: avevano disegnato la Lega come lo strenuo difensore delle province, e invece abbiamo tenuto fermo il nostro atteggiamento confermando quelli che erano i nostri obiettivi.

Ma quali erano gli obiettivi del partito di Calderoli?
Nella precedente versione dei tagli rischiava la soppressione anche una provincia amministrata dalla Lega: Biella. La domanda sorgeva spontanea: arriverà un cavillo per salvarla? Tempo due settimane e si è trovato il modo. Nell’ultima versione è arrivato il subemendamento Lorenzin: per le aree con un territorio montano per almeno il 50% il limite è di 150mila. Chi si salva grazie alla Lorenzin? Rieti, per la gioia del presidente di centrosinistra; Verbano-Cusio-Ossola e Crotone, amministrate dal Pdl; Sondrio e Biella, entrambe a guida leghista.

Che cos’altro è cambiato rispetto alla versione precedente del taglio? La soglia si abbassa, da 220 mila a 2oo mila. Si salvano così Matera e Massa Carrara (Pd) e Ascoli (Pdl).
Una beffa per Vercelli. Nelle precedente versione evitava la soppressione, grazie al vincolo che teneva in vita chi confina con l’estero. Quella norma preservava anche Belluno (Lega), che con i suoi 217mila abitanti ora non ne ha più bisogno, e Sondrio, terra di Tremonti. Evidentemente ora non serve più neanche a loro, vista l’abbondante montagna valtellinese.

Le vittime dovrebbero essere: Vercelli (commissariata, dopo l’arresto del presidente ex An), Fermo (presidente di Sel), Vibo Valentia (Pd) e Isernia (Pdl).

Quella molisana rimane l’unica amministrazione vicina al governo a cadere. Come fare per non soccombere? A suo tempo una proposta l’aveva avanzata il presidente del Consiglio regionale Michele Picciano:

In Molise occorrono assolutamente due Province altrimenti i Collegi elettorali andrebbero a coincidere con quelli regionali.

E comunque l’uomo ovunque della Lega, Gianluca Buonanno, rassicura anche i vercellesi, di cui è stato vicepresidente:

Innanzitutto prima che questo iter parlamentare si concluda arriveremo a fine anno; poi, per l’applicazione, dovremo attendere i due anni previsti dal codice delle autonomie. Dunque un fatto è certo: nel 2011 si andrà a votare per il rinnovo dell’amministrazione provinciale che dovrà arrivare fino al termine della legislatura: 5 anni. Quindi Vercelli potrebbe rischiare di scomparire nel 2016. C’è tutto il tempo affinché le cose cambino, e anche radicalmente.

Fine legislatura. Se ha ragione Buonanno, per Isernia e Fermo c’è tempo fino al 2014, per Vibo fino al 2013.

Ma allora, se non si alza neanche una lira, perchè mettere la norma nella manovra?

Aggiornamento: QED


Il nome del baccalà

La manovra agita i sonni dei lettori. Ci sentiamo in dovere di rassicurarli.

Lettera n. 1 (dal Corriere della sera, 26 maggio 2010, p. 41)

Tra una puntualizzazione e l’altra per chiarire il peso della manovra nei vari settori, osservo che manca la dilazione delle grandi opere, tra cui il ponte sullo stretto di messina il cui avvio era stato annunziato qualche mese fa. Certo non è tra le priorità; o ci si dimentica dei costi esorbitanti?

Gaetanina Sicari

Risponde il nostro collaboratore Dario Pisapia:
Caro Gaetanina, stai tranquilla. “Preoccupazioni per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina non dovrebbero esserci”, te lo dice anche Pietro Ciucci, presidente dell’Anas e della Società Ponte sullo Stretto. Le erogazioni arriveranno dal 2013. Allora la crisi sarà passata. Dice Ciucci.

Lettera n. 2 (dal Sole 24 Ore, 26 maggio 2010, p. 22)

Perchè il “condono edilizio” è diventato “regolarizzazione delle case fantasma”? Viene in mente la canzone di Paolo Conte: “Pesce veloce del baltico/dice il menù/e che contorno ha?/Torta di mais/ e poi servono/polenta è baccalà”. Suvvia chiamiamo le cose con il loro nome.

Davide Babini

Risponde il nostro collaboratore Dario Pisapia:
Caro Davide, è un po’ come alzare l’età pensionabile e dire che «chiediamo solo a chi si accinge di andare in pensione di restare al lavoro qualche mese di più». Però 900 rimane sempre uno dei dischi più belli di Paolo Conte.


Il comma sottosegretaria, il piano Keller, il Molisannio e il Marcuzzo

Aggiornamento: No vabbè, stavamo a scherzà.

Ancora sui tagli alle province

Asti è salva. Per un pelo sopra i 220mila. Un caloroso ringraziamento ai 712 abitanti che ne permettono la sopravvivenza. La presidente della provincia (Pdl) Maria Teresa Armosino, già sottosegretaria di Tremonti nel 2001-2006, ora ha pure mire espansionistiche: «per quanto ci riguarda ci sono aree nell’albese, acquese e chierese caratterizzate, come la provincia di Asti, da una forte presenza di viticultura. Ridefinirne gli ambiti potrebbe portare vantaggi per tutti». Albesi, acquesi e chiaresi sono avvisati.

Altri presidenti di provincia si incazzano. Corriere.it ne ha sentiti un po’.

Fermo trema. Il presidente Fabrizio Cesetti, eletto a giugno 2009 protesta, Amedeo Ciccanti (Udc), ricorda che per istituire le ultime Province lo Stato ha speso mezzo miliardo di euro: «Lega, Forza Italia e An, che all’epoca le hanno volute a tutti i costi, meritano una pernacchia».  I fermani sarebbero accorpati ad Ascoli. Ma anche lì non sono sicuri della sopravvivenza.  «Che, per caso Ascoli dovrebbe essere accorpata a Macerata? È una cosa kafkiana, forse stiamo su “Scherzi a parte”, ma se così non fosse, chiederemo l’istituzione di una nuova Regione, quella del “Marcuzzo”, perchè abbiamo molta affinità con la Val Vibrata e Teramo». Così il presidente della Provincia di Ascoli Piceno Piero Celani, di centrodestra, eletto nel giugno 2009, paventa la fusione tra la sua regione e le Marche.

Isernia non se ne fa una ragione. la provincia è li da 40 anni, con i suoi  90 mila abitanti, quasi tutti residenti in minuscoli paesi. Cancellarla? «Rivedere piuttosto i confini delle province», ha detto il presidente della Regione Michele Iorio (Pdl).  Eppure solo poche settimane fa era nata l’ipotesi bipartisan di promuovere un referendum per unire al Molise molti comuni del beneventano, in Campania, dell’alto Sangro, in Abruzzo, e della provincia di Foggia, in Puglia. Questo per dare vita ad una nuova regione, il Molisannio appunto, da circa un milione di abitanti. Infine Il presidente del Consiglio regionale Michele Picciano ricorda che «In Molise occorrono assolutamente due Province altrimenti i Collegi elettorali andrebbero a coincidere con quelli regionali». Forse Isernia può ancora sperare.

La Calabria si divide. A Vibo Valentia, dicono le agenzie, non è univoca la preferenza di accorpamento ad altra provincia in caso di soppressione. I residenti nella zona nord del vibonese preferirebbero essere accorpati con Catanzaro mentre coloro che sono nell’area a sud optano per Reggio Calabria. E così pure a Crotone: i residenti nella zona nord del crotonese preferirebbero Cosenza, mentre a sud optano per Catanzaro.

Rieti promette battaglia. Pur di salvarsi il sindaco rivuole indietro (da Roma) «l’area della cosiddetta Sabina romana, che per tradizione storico-culturale appartiene a Rieti e al suo territorio provinciale» e chiama i cittadini alla mobilitazione. Mentre Massa-Carrara, la più anziana delle vittime della scure, potrebbe unirsi a Lucca.

Nei post precedenti avevamo già rassicurato i vercellesi. Ora l’Ansa conferma il salvataggio grazie ad un kilometro di confine con la Svizzera. Una linea,  corrispondente alla cresta di una montagna, che va dal colle delle Piode, la “Punta Parrot” a 4340 metri, alla “Punta Gnifetti” su cui sorge la Capanna Margherita, a quota 4554 sul livello del mare. Si ricorda anche che durante la prima guerra mondiale un progetto classificato «segretissimo» redatto dal colonnello Arnold Keller, capo di Stato maggiore dell’Esercito svizzero, prevedeva l’invasione di buona parte della provincia di Vercelli e, in particolare, della Valsesia e di Varallo passando dal Colle Baranca. L’amministrazione provinciale di Vercelli è stata sciolta due mesi fa in seguito agli arresti del presidente e di un assessore, ed attualmente è retta da un commissario straordinario, il prefetto in pensione Leonardo Cerenzia. In Piemonte non ce la dovrebbe proprio fare, invece, Biella. Era stata eretta a provincia una ventina d’anni fa con decreto dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga: si era così separata da Vercelli. Ora arriverà il ricongiungimento? L’ex vice presidente della Provincia di Vercelli Paolo Tiramani, leghista, che per una decina di giorni tra l’arresto del presidente e la nomina del commissario aveva ricoperto l’incarico di reggente ipotizza altre strade: l’unione con la vicina Casale Monferrato (attualmente in provincia di Alessandria), mentre la Valsesia potrebbe aggregarsi con Novara (366.479 abitanti), alla Curia della quale il territorio valsesiano da sempre appartiene. Biella è l’unica al nord a essere tagliata, amministrata per di più da un leghista. Che cos’avrà fatto di male per non meritarsi neanche un comma?


La beffa dell’abolizione delle province. Soppresse solo 10 su 110

Tagli, sacrifici per tutti. Anche per la casta. Così si dice. E finalmente aboliamo le province. Tutte? Proprio tutte tutte no, non esageriamo. Solo quelle sotto i 220mila abitanti. Quante sono? Su un totale di 110 province, comprese quelle di nuovo conio, sotto la fatidica soglia ce ne sono 24. Più di un quinto del totale. Sarebbe comunque una svolta epocale. Un superamento delle coriacee resistenze della Lega su questo tema. Si andrebbe dai più di 217mila abitanti della provincia di Asti ai neanche 60mila della neonata Ogliastra.

Però. Leggendo meglio l’annuncio del governo si apprende che dal computo vanno escluse “le province delle regioni a statuto speciale”. E vengono così risparmiate dalla scure Aosta, Gorizia, Enna e le neofite province sarde: Oristano, Nuoro, Olbia-Tempio, Carbonia Iglesias, Medio Campidano e Ogliastra.

Ma non solo. Si salvano anche quelle che “confinano con stati esteri”. E allora avranno lunga vita anche a Belluno, Imperia, Sondrio, Vercelli e pure Verbano-Cusio-Ossola. Così possono tirare un sospiro di sollievo anche i concittadini del Ministro Tremonti (qualcuno già era in ansia). Sondrio a nord e a ovest confina con la Svizzera. Sia lodato il Cantone dei Grigioni.

Chi rimane? Le sfortunate sono Asti, Matera, Ascoli, Massa-Carrara, Biella, Crotone, Vibo Valentia, Fermo, Rieti e Isernia. Dieci su centodieci. E comunque la sparizione avverrebbe “a partire dalla prossima legislatura provinciale”. C’è ancora un po’ di tempo per sperare anche per loro. Le rimanenti cento province possono dormire sonni tranquilli.

Che poi, chissà perchè l’asticella è stata fissata a quota 220mila. Perché non arrotondare per difetto, ad esempio? Un po’ più in giù, a quota 200mila, si sarebbero salvate anche Asti, Matera, Ascoli e Massa-Carrara. Oppure, per eccesso, a 250mila abitanti, così si sarebbe data una sforbiciata anche a Terni, Rovigo, Grosseto, Campobasso e Lodi.

Lodi, appunto. Il primo a gioire della bizzarra soglia sarà proprio il 35enne Pietro Foroni, leghista presidente della provincia, che neanche un anno fa aveva strappato il lodigiano al centrosinistra. Amministra 225.253 cittadini, secondo i dati del Bilancio demografico mensile elaborato dall’Istituto nazionale di statistica sulla popolazione residente al 30 settembre 2009. Appena un filino sopra la fatidica quota 22o.

(A Lodi, facendo i conti con i dati dell’ultimo censimento 2001, già si preoccupavano. Anche se, a dire il vero, non è ancora chiaro quali numeri il governo vorrà prendere in considerazione. Anche a Terni, sono in agitazione: stando ai dati 2001 gli mancherebbero solo 124 abitanti. Una vera beffa. Nel 2009 però sarebbero sui 233mila, quindi tutti tranquilli. Certo, per ora sara il caso di mettere da parte il sogno della provincia Foligno-Spoleto-Valnerina che gli umbri covano da tempo).

Segue qui, qui e pure qui