La proposta D’Alema

Ovvero, come regalare voti a Berlusconi. Se si votasse oggi secondo lo schema delineato dal presidente del Copasir a Repubblica, il centrodestra sarebbe al 45,2%. In uno scenario con tre coalizioni, invece, dove il Pd si allea solo con Sel e Idv (No terzo polo), il Pdl è fermo al 38,5%. Insomma, l’union sacrè regala 7 punti in più a Pdl e Lega e una maggioranza di governo ingestibile con tutti dentro. A meno che qualcuno non creda davvero che una cosa che va da Fini a Vendola possa reggere. Come nota anche Pietro Raffa, il centrosinistra, senza Udc, Fli & co, sarebbe la coalizione vincente.

La capziosità del’argomentazione a favore della proposta D’Alema sta poi nel fatto che ci si serve di questa premessa (come fa lo stesso D’Alema):

Oggi Pdl e Lega, insieme, sono al 40%. Le forze dell’opposizione rappresentano il restante 60%, cioè la maggioranza degli italiani

I numeri sono corretti, ma si riferiscono ad uno scenario con tre poli, non a quello auspicato dall’ex presidente del Consiglio. Altrimenti, se si andasse al voto con gli schieramenti delineati da D’Alema, il peso dellle opposizioni diminuirebbe di circa dieci punti e il centrodestra ne guadagnerebbe cinque. Poi qualcuno mi spiega anche perchè i centristi dovrebbero accettare una proposta che li indebolisce.

I sostenitori dell’autolesionista grande coalizione però possono avanzare la seguente giustificazione (sono sempre parole di D’Alema):

Un progetto di tipo costituente, che fa coincidere la conclusione del ciclo berlusconiano con la fine di una certa fase del bipolarismo e raduna il vasto schieramento di forze che si oppongono a Berlusconi: presentiamoci agli elettori e chiediamogli di sostenere un governo costituente che abbia tre obiettivi di fondo.

Non regge comunque. Perchè,  se proprio ci teniamo così tanto al governo costituente, per farlo non è necessario che centro e centrosinistra si presentino insieme alle elezioni. Anche con l’attuale legge elettorale, il centrosinistra potrebbe ottenere il premio di maggioranza e chiedere il sostegno in parlamento ai centristi – al Senato, ad esempio, dove potrebbe essere in difficoltà, ma il terzo polo sarebbe comunque presente, con questi numeri.

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Primarie a Torino. Petrini candidato? «Non ci penso nemmeno»

(pubblicato su Vita.it)

Carlo Petrini candidato sindaco di Torino? «Non ci penso nemmeno», risponde il fondatore di Slow Food  contattato da Vita.it. Oggi l’ipotesi è stata avanzata dal quotidiano Italia Oggi: il guru dell’alimentazione sostenibile metterebbe d’accordo tutti, dal Pd a Vendola. Ma l’interessato smentisce seccamente: «Per l’amor del cielo, ma lasciate perdere» dice Petrini. «Non c’è nulla di concreto in questa ipotesi: non sono stato contattato e in ogni caso non sono disponibile», continua. Anche se il suo nome può servire a superare le divisioni del centrosinistra torinese? «Sono troppo impegnato, ho già tante cose da fare, nella vita bisogna scegliere. Si pensi piuttosto a trovare davvero una candidatura che metta tutti d’accordo», conclude Petrini.

Viene così accantonata in fretta l’ultima fantasiosa ipotesi per la corsa verso le amministrative del 2011 nel capoluogo piemontese. Rimane in campo quindi la candidatura di Piero Fassino, avanzata dal Partito democratico dopo la rinuncia del rettore del Politecnico Francesco Profumo. Il candidato civico sembrava la soluzione migliore per il dopo Chiamparino, ma qualche giorno fa ha fatto il definitivo passo indietro, dopo i disaccordi con i partiti che avrebbero dovuto sostenerlo. Ora il favorito sembra l’ex segretario Ds, anche se forse dovrà affrontare le primarie. E anche sotto la Mole potrebbe arrivare un candidato vendoliano: si fa il nome di Antonio Ferrentino, segretario provinciale di Sinistra ecologia e libertà e leader dei locali comitati No Tav.


Tra i militanti Pd per Vendola: “Dov’è finita la partecipazione?”

“Abbiamo passato mesi a discutere di partecipazione, del congresso, di democrazia che viene dal basso, di candidati che devono partire dal basso, di partito che deve nascere dal basso… e mò dove cazzo è finito il basso?”. Se lo chiede Mirko, 22 anni, iscritto al Pd. Siamo alla fine di una giornata lunga e difficile per il suo partito nella sua regione: la Puglia. I democratici avrebbero dovuto decidere il candidato per le regionali, ma l’assemblea è stata sospesa. Mirko cerca di capire perché. E arrivato a Bari partendo da Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. In questi giorni è a casa per la feste, ma viene da più lontano: studia a Parma, Giurisprudenza. “Ma non ho mai cambiato la residenza, voglio ancora votare qui, ho il diritto di credere che il mio futuro sia nella mia regione”. Con lui ci sono altri ragazzi dei Giovani Democratici, davanti alla sede del Pd Puglia in via Re David. Attendono una spiegazione, il segretario sta tenendo una conferenza stampa. Vorrebbero entrare ma non possono. Mostrano le tessere del Pd, ma il servizio d’ordine li tiene fuori.

L'assemblea all'Excelsior

Ma che cosa è successo? “In Puglia è stata ferita l’idea di democrazia normale” dice durante l’incontro con i giornalisti il responsabile nazionale dell’area organizzazione del partito Maurizio Migliavacca, venuto da Roma per vigilare sulle operazioni baresi. “Si è toccato un punto di caduta, sicuramente era qualcosa di organizzato, non spontaneo”, continua Blasi. Secondo Michele Emiliano, sindaco di Bari e mancato candidato (per ora) alla regione, erano dei “facinorosi” mandati da Vendola che hanno “invaso” l’assemblea. Tutti esprimono “ferma condanna”. Però né Migliavacca, né Blasi, né Emiliano erano presenti nel pomeriggio nel luogo in cui era stata convocata l’assemblea. All’hotel Excelsior, solo qualche isolato più in là del “loft” dei democratici pugliesi.

L’Assemblea avrebbe dovuto riunirsi alle 16. Riservata ai soli delegati. A porte chiuse. Accesso vietato anche alla stampa. Mentre gli eletti delle primarie ritiravano il loro badge, all’ingresso incominciano a fare pressione iscritti e dirigenti del partito. Qualcuno si scalda: “Io sono segretario di circolo”, “E io consigliere circoscrizionale”, “Ho fatto tutta la campagna congressuale”, “Lo statuto prevede che le assemblee siano pubbliche”. Le porte rimangono sbarrate. 

Fuori c’è il sit-in pro Vendola. Duecento persone circa sul marciapiede di via Giulio Petroni. Ma chi sono i “facinorosi”? C’è Dino da Andria, medico di 48 anni. Cattolico, ex democristiano: “Non è un fatto ideologico, di Vendola ammiro la trasparenza, il mio campo è la sanità e dopo gli scandali lui ha avuto il coraggio di ammettere gli errori”. Oppure la signora Angela 64 anni, italoaustraliana (“sono emigrata a 12 anni”) di Giovinazzo, cappello viola e cartello “O Nichi o niente”. È venuta col compagno, Eugenio, sei anni in più di lei, dal 1954 nel PCI come quadro dirigente fino ai Ds. Il Riformista li ha definiti squatter. Contestazione “organizzata”, si è detto. Ma da chi? “Ci siamo mobilitati sul web, è partito tutto da un gruppo di Facebook”, spiega Riccardo, 22 anni. Ci sono anche dei militanti di Sinistra ecologia e libertà, come Lelio, 27enne di Capurso: “sono un precario come Nichi, a lui però devono rinnovare il contratto”. Il volantino più gettonato riporta una dichiarazione di Emiliano del 15 settembre: “Sputatemi in un occhio se farò il presidente”. Michè apre l’uecch, è il commento dei supporter del governatore. Tradotto letteralmente suona “Michele, apri gli occhi”; in senso lato può essere inteso come un affettuoso invito alla cautela.

Entrando nell’hotel si incontra la signora Fiorella, consigliere circoscrizionale del quartiere Japigia di Bari. Si aggira per la hall con un blocchetto in mano: “Vuole comprare un biglietto? Facciamo una lotteria, primo premio una Vespa”. Ma la signora è per Vendola o Emiliano? “Un biglietto costa due euro e cinquanta”. Questo pomeriggio però il Pd non troverà il tempo di considerare anche la mozione dell’estrazione a sorte.

Migliavacca, Blasi, Maniglio

Poco dopo le 17 le porte si aprono. Le truppe vendoliane hanno sfondato gli sbarramenti? No. La decisione è stata presa dal vicesegretario Michele Mazzarano. “Ho proposto io l’ordine del giorno per far entrare chi era rimasto fuori”, dice Rosina Lobello Basso, una vita da preside, un passato di impegno nella Democrazia cristiana. Quindici anni fa fu il candidato sindaco (sconfitto) del centrosinistra a Bari. Alle primarie era capolista della mozione Bersani. “Mi raccomando, lo scriva ‘Basso’, è il contrario dell’alto” e accenna alle prime file. “Chiudere le porte è una grave mancanza di rispetto delle procedure democratiche – continua la Basso –  La democrazia non può avere paura di estendere la partecipazione, questi giovani poi non hanno proprio l’aria di essere pericolosi. Ora c’è confusione? Ma la confusione è vita”.

La sala attende l’inizio dell’assemblea. Verrà delusa. Prende la parola l’onorevole Cinzia Capano e sospende tutto: “Non ci sono le condizioni”. La decisione le è stata comunicata telefonicamente dal segretario Blasi. A quel punto scatta la rabbia dei presenti. Ma è troppo tardi, tutto rinviato a data da destinarsi. Qualche delegato delle prime file non ha dubbi: “Tutto organizzato dagli amici di Vendola. Non è venuto lui ma ha mandato i suoi”. Ma a protestare sono soprattutto i democratici: “è una buffonata”, “Blasi dovrebbe dimettersi”, dicono.

La sede di Via Re David (foto Repubblica.it)

Il segretario darà la sua versione nelle conferenza stampa. Gli si fa notare che non c’è stata nessuna occupazione ma che ai manifestanti è stato concesso l’ingresso. “Non è importante”, dice. Qualcuno chiede chiarimenti. “Non è obbligatorio rispondere alle domande”, lo blocca il capogruppo alla Regione Antonio Maniglio. Fuori i ragazzi continuano ad aspettare. C’è Alessandra, 20 anni, l’adesivo “Difendi la puglia migliore – Vendola presidente 2010” e la tessera Pd tra le mani. Con lei Emanuele, Annalia, Giuseppe e gli altri che aspettano e cercano di capire alle porte della sede del loro partito. Si ferma a parlare con loro Francesco Boccia, il deputato lettiano che fu lo sfidante di Vendola alle primarie del 2005, cerca di spiegare le ragioni del partito. Le sue argomentazioni non convincono i ragazzi, ma la discussione è serena. Poco più tardi passa l’assessore alle pari opportunità della Regione, Elena Gentile. Con tono materno, chiede ai ragazzi chi sono, da dove vengono. C’è chi studia a Parma, a Torino o a Milano. “Se non c’è Vendola non vengo a votare”, dice Emanuele. L’assessore scuote la testa: “Lo so, se continuiamo così quelli come voi li perdiamo tutti”.

Aggiornamenti. Per Casini quello dei manifestanti era “squadrismo politico”, “una violenza morale senza precedenti”. Emiliano, nel frattempo, si è deciso per le primarie.