Democrazia digitale? E lo chiedi a me?

«Il cittadino totale non è, a ben guardare, che l’altra faccia non meno minacciosa dello stato totale». Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, 1984. Per Bobbio si trattava di due lati della stessa medaglia. Stato totale e cittadino totale hanno lo stesso principio: «Che tutto è politica, ovvero la riduzione di tutti gl’interessi umani agli interessi della polis, la politicizzazione integrale dell’uomo, la risoluzione dell’uomo nel cittadino, la completa eliminazione della sfera privata nella sfera pubblica». Trent’anni dopo, il futuro di cui scriveva Bobbio è il nostro presente. All’epoca non si parlava ancora di democrazia digitale eppure il filosofo già affermava: «L’ipotesi che la futura computer-crazia, com’è stata chiamata, consenta l’esercizio della democrazia diretta, cioè dia a ogni cittadino la possibilità di trasmettere il proprio voto a un cervello elettronico, è puerile»

(«È arrivata l’ora della democrazia diretta. Di nuovo?». Continua su IL, mensile de Il sole 24 ore)

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Come si lavora in un Apple Store italiano

A Natale siamo tutti più buoni – o almeno, passiamo tutti più tempo in un centro commerciale. Sono anche i giorni in cui dovremmo riflettere su come se la passano quelli meno fortunati di noi. Quelli dall’altro lato del registratore di cassa, per esempio.

Lo scriveva Paul Krugman qualche giorno fa sul New York Times a proposito della condizione dei lavoratori del settore commerciale negli Usa. Ecco, in questi giorni mi sono chiesto come se la passano i dipendenti di un Apple Store italiano, per esempio. Le risposte in un articolo (in due parti) per La nuvola del lavoro di Corriere.it.

  1.  I ritmi da catena di montaggio di un Apple Store
  2. Le 67 competenze che Apple pretende dai suoi dipendenti

 


Breve guida alla Tv secondo David Foster Wallace

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A dodici anni David Foster Wallace acquisisce il diritto di guardare la tv da solo. Nell’area di Champaign-Urbana, Illinois, si ricevevano solo quattro stazioni: tre private e una pubblica. Ciò non toglie che David rimanesse seduto sul suo divano verde dalle sei alle otto ore davanti allo schermo in bianco e nero a guardare episodi di Gli eroi di Hogan, Star Trek, Mistero in galleria. Sabato mattina, cartoni; sabato notte, l’horror di Le creature del brivido. Non disdegnava le soap opera – Sentieri la sua preferita – e i quiz tv, soprattutto Ok, il prezzo è giusto. Un uso talmente intenso ed esteso da preoccupare i suoi genitori, si legge nella biografia scritta da D.T. Max, Every love story is a ghost story (in Italia sarà pubblicata da Einaudi Stile Libero a maggio 2013). «Non ho mai conosciuto nessuno che avesse così tanto bisogno di televisione come David», dirà la sorella, Amy Wallace.

Bambini prodigio e occhi incollati a uno schermo televisivo. Li ritroviamo in Infinite Jest, il suo capolavoro. Qui il piano di un gruppo di terroristi prevede l’uso di un video perfetto e devastante – Intrattenimento – per sottomettere un’intera nazione. Un popolo che ha scambiato la libertà con la libertà di scegliere cosa guardare in tv. Il libro esce nel 1996 ma sembra anticipare Youtube: immagina una futura evoluzione tecnologica di tv e computer, teleputer costruiti sui desideri degli spettatori. Dovrebbero curare la solitudine ma l’acuiscono. Generano uno spasso infinito che ci rende dipendenti. Non a caso una delle altre trame parallele del romanzo è ambientata in una Casa di Recupero per drogati. Ancora nell’opera incompiuta e postuma Il re pallido, il protagonista del capitolo 22 non si è liberato dalla dipendenza, e guarda show «in modo stravaccato e smidollato».

L’ossessione è presente in tutte le sue raccolte di racconti. Nella prima, La Ragazza dai capelli strani, troviamo La mia apparizione, in cui un’attrice è alla prese con un’ospitata da David Letterman, e Piccoli animali senza espressione, protagonista una ragazzina prodigio concorrente del quiz Jeopardy!. Nell’ultima, Oblio, in Mister Squishy vengono esposte nel dettaglio tecniche pubblicitarie, ne Il canale del dolore la programmazione di un’emittente sperimentale tutta a base di torture e assassini in diretta. La «potenza mitopoietica» del mezzo è esplicita con Brevi interviste a uomini schifosi; nel capitolo Tri-Stan: Ho venduto Sissee Nar a Ecko, una versione del mito di Narciso in cui Ovidio è una specie di Muppet e Narciso il protagonista in stato comatoso di una soap opera del canale E! (un racconto non incluso nell’edizione italiana, tradotto solo nell’antologia Schegge d’America, Fanucci, 1998).

Ma perché la televisione è cosi importante? La risposta più completa è il saggio E pluribus unum: Gli scrittori americani e la televisione (in Tennis, tv, trigonometria, tornado). Autoritratto di una generazione devastata dall’ironia. Lo spiegava in maniera altrettanto esplicita qualche anno prima, autunno 1988, nell’articolo Fictional futures and the Conspicuously Young (ora in Bot Flesh and not, uscirà per Einaudi nell’estate 2013). «La generazione americana nata dopo il 1955 è la prima per cui la televisione è qualcosa con cui convivere, e non solo qualcosa da guardare», scriveva Wallace. «Possiamo passare ore a scrivere ma ciò non toglie che facciamo parte ogni santo giorno del Grande Pubblico». Inutile cercare di difendersi scherzandoci su: «Non possiamo neanche “immaginare”, letteralmente, una vita senza tv».

(articolo uscito su SetteTv del Corriere della sera il 28 dicembre 2012)


I social network dei vicini di casa

I nostri vicini preferiti sono quelli che non mettono la password al wifi? Una delle rare interazioni con chi abita nei nostri paraggi avviene attraverso smartphone o pc, quando visualizziamo un elenco di reti private per la connessione. Stringhe di lettere o di numeri — a volte buffi nomignoli — quasi sempre affiancati dall’icona di un lucchetto. Per il resto, sembra che dai vicini ci possano arrivare solo guai: in Italia, secondo il Censis, le cause civili pendenti tra condomini sono almeno 130-140mila. Le ragioni dei contrasti: uso degli spazi comuni, decoro dello stabile, rumori o odori molesti, presenza di animali. Nella sua storia del vicinato dal medioevo ai giorni nostri (Cheek by Jowl: a History of Neighbours, Bodley Head, 2012) la ricercatrice inglese Emily Cockayne descrive un’età dell’oro in cui i vicini ti accompagnavano dalla culla alla bara, sempre presenti e partecipi. Ora saremmo giunti al punto più basso della parabola: «Mai stati così distanti dai vicini», scrive la storica. «Il nostro vicino ideale non si intromette e non disturba, non dà niente e non vuole niente». In pratica non esiste. «I ricchi non hanno vicini», ricorda Cockayne.

(Articolo uscito su La Lettura del 28 ottobre 2012, continua a leggere su Corriere.it)


La data di scadenza dei fatti

«Immaginiamo di avere tutti i fatti del mondo allineati – continua Arbesman –  ordinati  a seconda della frequenza con cui cambiano. A un’estremità avremo i fatti che cambiano velocemente». Sono quelli che troviamo per esempio allineati all’inizio del volume Politica in Italia: I fatti dell’anno e le interpretazioni. Edizione 2012, a cura di Anna Bosco e Duncan McDonnell(Il Mulino). «A Vasto nasce la nuova alleanza di centrosinistra», «La Borsa di Milano perde il 3,71%» «Marcegaglia, presidente di Confindustria», «Il ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano». Esattamente un anno fa erano fatti, ora non lo sono più.

Da «La vita mortale dei fatti» un mio articolo su The Half Life od Facts di Sam Arbesman, uscito su La Lettura del 30 settembre 2012.
(si legge su lettura.corriere.it)


La salute o il lavoro?

Circa trent’anni fa una comunità si trovò davanti al dilemma che oggi affrontano altre realtà. Chiudere la fabbrica o continuare ad ammalarsi e morire? Nell’ultimo numero di Vita (esce il 7 settembre) racconto di come Casale Monferrato ha combattuto l’amianto e l’Eternit, e di come una comunità ha vinto, dopo anni di processi e migliaia di morti.

Nel commento al mio articolo Aldo Bonomi scrive:

Resta sullo sfondo la grande questione: che cos’è in un contesto come questo il bene comune? La risposta può essere una sola: è una capacità della comunità locale di indicare una direzione di sviluppo del territorio regolata e controllata, che metta insieme coscienza di classe e coscienza di luogo. E questo vale a Casale, come a Taranto.

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In difesa della retorica

Illustrazione: La Tigre

Sono solo parole? E che cos’altro volete che siano?

Articolo uscito su IL 42 (22 giugno)